Di Lorenza Pellegrini

Le stelle della Maison Dior: le rivoluzioni creative nel mondo del lusso.

È di questi giorni la notizia che il belga Raf Simons, per anni uomo di punta del marchio Jil Sander, è il nuovo direttore creativo Dior.

Essere l’erede di uno degli astri più lucenti che la moda abbia mai conosciuto, dare nuovo impulso alla dinamicità e alle geometrie di un lusso alla “c’era una volta” non sono compiti facili. In passato questa eredità venne, a ragione, consegnata al giovane delfino della Maison, Yves Saint Laurent. E oggi, dopo molti anni e a seguito dell’esperienza John Galliano, è il turno di Simons, considerato uno degli innovatori della moda maschile contemporanea.

Il prossimo luglio, durante la fashion week parigina, vedremo sfilare la sua collezione e scopriremo se il fashion designer del momento si sarà meritato una successione così ambita. Perché dietro il nome di una casa di moda tanto famosa ancora vibra la potenza espressiva, inconfondibile, dell’uomo che inventò il New Look, Christian Dior. Il 1905 aveva visto nascere un giovane rampollo borghese con la carriera diplomatica scritta negli occhi materni. Ma la guerra, la volontà e, se vogliamo, il destino, avevano cambiato il corso degli eventi facendo di Christian Dior un couturier rivoluzionario. All’alba degli anni Cinquanta, il profeta francese del volubile imperativo stagionale, della favola chiamata moda, riusciva a stravolgere l’idea della femminilità, riconsegnando così alla Francia lo scettro dell’Haute Couture.

L’ormai arcaico “oggi” del dopoguerra lasciava cadere a terra le corte vesti della parsimoniosa donna degli stenti e del lavoro, e cedeva il passo al lussuoso e teatrale credo del New Look. Una femminilità allo specchio, ottocentesca, stretta dal corsetto, depositaria degli sguardi dell’uomo che, contemplando l’eccesso, si sentiva rassicurato dalla vanità in gonnella. Lei, dalla silhouette a “Corolle”, una statua di tulle dalla vita a vespa, giocava con l’idea statica della bellezza come apparenza. Il garbo imbellettato celebrava così la restaurazione del lusso, dove la curvilinea seduzione esplodeva, come fuochi d’artificio, da ciò che suggerivano i 20 centimetri di stoffa mancata che separavano il ginocchio dalle caviglie. Un fiore delicato, aristocratico, in antitesi con il modello femminista e con l’idea di donna moderna affermata da mademoiselle Chanel.

Parlando di Dior è difficile pensare ad uno scontro tra sessi, piuttosto all’amore autoreferenziale e magico dell’alta moda. Questa gabbia di bellezza non poteva non far gola alle signore dell’alta borghesia e alle dive di Hollywood che, sempre più spesso, sceglievano di indossare le creazioni Dior per i party del “bel mondo” e per i set cinematografici che le vedevano protagoniste. A tal proposito, per celebrare e ricordare il vincente sodalizio tra moda e cinema, dal 12 maggio al 23 settembre, il museo Christian Dior di Granville in Normandia ospiterà la mostra “Stars in Dior” (titolo che ricalca quello del libro di Jerome Hanover, edito da Rizzoli, in uscita a maggio). In questa occasione verranno esposti alcuni degli abiti realizzati dal grande stilista francese e indossati dalle dive del grande schermo. Una tra tutte, Marlene Dietrich.

 

 

Barbara Molinario

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