Della Dott.ssa Michela Monaco

Strategie antibullismo

Il gruppo dei coetanei: da problema a risorsa

I fenomeni di bullismo, che sempre più di frequente incontrano l’attenzione dei mass media, implicano spesso l’azione congiunta di gruppi di piccoli bulli, al punto tale da giustificare l’espressione “baby gang”.

Si tratta generalmente di gruppi medio-piccoli, in cui si può identificare un leader ed una serie di complici che possono fornire appoggio e copertura o compiere in prima persona gli atti aggressivi.

Come spiegare il diffondersi di atti di bullismo collettivo?

Lo studio delle dinamiche che si sviluppano all’interno dei gruppi di bulli forniscono una serie di spiegazioni al nostro quesito:

-  anni di ricerche della psicologia sociale hanno dimostrato che la partecipazione ad un gruppo diminuisce le inibizioni sociali;

- il bullo rappresenta spesso per i suoi compagni un modello positivo, che sfida l’autorità degli insegnanti (nell’ambiente scolastico) e ottiene il rispetto da parte degli altri ragazzi;

- il gruppo determina il ben noto effetto “diluizione”delle responsabilità, in virtù del quale i singoli membri sperimentano sensi di colpa ridotti per gli atti compiuti dal gruppo nel suo insieme.

Gli atti di bullismo vengono denunciati di rado, il che determina nella vittima conseguenze profonde e difficilmente reversibili. Denunciare un atto di bullismo significa spesso esporsi a ritorsioni fisiche  o psicologiche che si concretizzano con l’isolamento sociale della vittima, spesso esclusa e rifiutata anche da chi non ha partecipato direttamente all’aggressione.

Altro elemento da tenere in considerazione è che all’interno del gruppo dei pari vigono regole informali ma molto rigide, come la proibizione a ricorrere all’aiuto esterno per risolvere problemi sorti all’interno del gruppo stesso. In gruppi adolescenziali o preadolescenziali, il coinvolgimento di figure adulte viene tollerato ancor meno.

L’analisi degli atti di bullismo non dovrebbe mai trascurare la matrice sociale all’interno della quale si manifestano. Ambienti omertosi, in cui i ragazzi si fanno spettatori passivi e silenziosi, aprono la strada a tali fenomeni.

La necessità di contrastare la diffusione del bullismo, ha indotto allo sviluppo di una serie di strategie educative  che coinvolgano il gruppo intero e non adottino un approccio patologgizzante sul singolo ragazzo aggressivo. L’intervento è dunque volto a modificare la struttura relazionale dei gruppi in cui si manifestano episodi di aggressività.

Tipicamente in situazioni di bullismo escono sconfitti tutti i protagonisti. La vittima subisce una serie di conseguenze fisiche ed emotive anche gravi; gli spettatori passivi sperimentano stati crescenti di ansia legati alla consapevolezza di vivere in un ambiente poco sicuro; il bullo vede aggravarsi le sue problematiche comportamentali, il che lo conduce verso fenomeni di maggiore devianza.

L’intervento antibullismo non può dunque ridursi alla semplice punizione dell’aggressore ma deve mirare ad alterare le dinamiche relazionali del gruppo migliorando il clima emotivo che lo caratterizza.

Un intervento efficace consente alla vittima di sentirsi supportata nel difendere in modo autonomo ed assertivo i propri diritti, favorisce negli spettatori lo sviluppo di abilità sociali di aiuto reciproco e aiuta il bullo a modificare il proprio comportamento e ad acquisire un atteggiamento empatico verso gli altri.

Questa evoluzione rappresenta un obiettivo sicuramente molto ambizioso ma strategie che tengono conto delle dinamiche relazionali, all’origine di molti episodi di bullismo, possono rivelarsi estremamente preziose.

Psicologia

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