Quando la disabilità entra in famiglia

della Dott.ssa Ludovica Longi

La nascita di un bambino costituisce di per sé un evento che obbliga alla riorganizzazione della propria identità e della propria quotidianità: se il bambino presenta dei problemi, a questi compiti evolutivi si aggiungono delle notevoli difficoltà. È fondamentale riflettere su tali aspetti considerando che la modalità con la quale la famiglia affronta un evento potenzialmente disadattivo come quello della disabilità, avrà enormi ripercussioni sullo sviluppo e il benessere del bambino e dell’intero nucleo.

L’accettazione è forse il primo, fondamentale passo da compiere e sicuramente il più difficile.

Le reazioni iniziali passano inevitabilmente per una fase di shock, di trauma, di vero e proprio lutto per la perdita del bambino atteso. Il dolore può essere seguito dal senso di colpa e da vissuti di fallimento rispetto alle proprie capacità procreative e alla propria identità individuale, di coppia, di genitori. In seguito si riscontrano meccanismi difensivi quali la negazione che, se da una parte protegge dal dolore, dall’altra impedisce di usufruire di idonei trattamenti. Le energie dei genitori rischiano di concentrarsi nella ricerca di elementi che disconfermino la diagnosi, impedendo di misurarsi realisticamente con le esigenze del bambino. Inoltre, negare la realtà del proprio figlio, può portare a nutrire aspettative poco realistiche nei suoi confronti: la frustrazione nel costatare i suoi eventuali fallimenti rispetto a richieste troppo grandi, può favorire vissuti di rabbia, ansia, depressione, con effetti controproducenti sul rapporto col bambino stesso, sul suo sviluppo e sulla sua autostima.

Genitori troppo stressati, frustrati, arrabbiati, ansiosi e/o depressi avranno comportamenti poco funzionali al proprio benessere e a quello del figlio.

Come si fa allora a fronteggiare una questione simile, riconosciuta ormai come problema sociale?

Le famiglie possono essere aiutate da interventi di sostegno psicologico individuale (ES: sportelli di ascolto e ONLUS), familiare (ES: terapia familiare) o di gruppo (ES: gruppi di auto aiuto). Qualsiasi percorso si voglia intraprendere, permetterà di elaborare i propri vissuti di rabbia, di dolore, di stanchezza, di frustrazione, d’invidia nei confronti degli altri. Inoltre si potrà avere la possibilità di confrontarsi con chi vive situazioni simili, allo scopo di ricevere e dare un sostegno reciprocamente, di favorire uno scambio d’informazioni e risorse, per superare le sensazioni d’isolamento e di solitudine che si possono provare.

Se è vero che avere un figlio con problemi richiede effettivamente una maggiore mobilitazione di risorse e di energie, è anche vero che solo l’amore può, più di qualsiasi altro intervento, aiutare il bambino inducendo modificazioni positive.

Nella foto un’immagine tratta dal film Quasi amici”.

Psicologia

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