Di Tiziana Galli

Franco Venanti. Le declinazioni del Potere

A Corciano Mostra personale di Franco Venati

 

Nella Chiesa Museo di San Francesco, Corciano Festival presenta la mostra personale di Franco Venanti.

Artista noto a livello nazionale per le sue atmosfere Belle Epoque e per le denunce contro le forme di abuso e degrado umano e ambientale.

La mostra, curata da Massimo Duranti e Antonio Carlo Ponti, si è inaugurata il 4 agosto e sarà aperta fino al 2 settembre, offrendo la fruizione di circa venticinque opere pittoriche che vanno dagli anni Sessanta fino a oggi.

Il titolo la dice già lunga: Franco Venanti – Le declinazioni del potere - ovvero le sfumature nelle quali, secondo l’artista, si esprime l’autorità: potere militare, potere femminile, politico ed ecclesiastico.

Ma chi è Franco Venanti?

L’artista è nato a Perugia il 6 novembre del 1930. Un carattere un po’ contestatore e un po’ conservatore, quanto basta per non rimanere ingabbiati nelle definizioni.

Sin da piccolo rivelò la sua predisposizione all’arte, quando accompagnato ai giardinetti, dopo la scuola, dal garzone del padre si imparò da lui a disegnare con l’erba.

A otto anni scoprì i colori e a quindici fece la sua prima mostra nei negozi di Corso Vannucci.

È così che Franco guardava i suoi lavori, mentre alla bottega del padre tutti ne parlavano:

“Li guardavo stupefatto, incerto se vergognarmi o inorgoglirmi. Per non sbagliarmi, non me ne confessavo l’autore. Era come se mettessero in piazza i miei primi segreti intimi, quelli proibiti, un po’ meravigliosi e un po’ sporcaccioni, di quell’età di scoperte e turbamenti”.

Franco, figlio di un calzolaio di rango, nella bottega del padre ha tessuto le basi del suo pensiero assimilando le esperienze di un contesto di vecchi socialisti mangiapreti:

“Li ascoltavo e li bevevo. Erano la mia cultura, dal vivo. E anche la mia etica della rivolta.

Allora essere fascisti o antifascisti rappresentava una scelta da pagare. Si profilava la guerra civile. La libertà era una parola catacombale.

 Eppure era gente che si combatteva, ma non si odiava. Con loro, e tramite loro, cominciai ad individuare le ingiustizie sociali. C’era classismo, allora. Le distinzioni, a diffèrenza d’oggi, si vedevano anche ad occhio, dai vestiti, per le strade, a spasso per il Corso. Ecco la zitella ricca col cappello e la veletta per distintivo, ecco la moglie del gerarca che si avvia a negozio per ordinarmi: “Ragazzo, slacciami le scarpe”, e io che mi rifiuto. Ecco il Vescovo in porpora, ecco il reduce con la stampella, ecco l’odalisca dalle forme inverosimili, da correre al bagno per rivederla in trance e con i pantaloni calati. Sono personaggi che ho sempre portato a memoria e che riaffiorano nitidi dalle nebbie di quella mia adolescenza positivamente violentata dai grandi.
”

È negli anni del Liceo Classico che Venanti fa una conoscenza che egli stesso definisce “essenziale, determinante, insostituibile”, quella con Adalberto Migliorati, “un artista e un uomo raro”. Osservando il contrasto tra il suo talento e il suo processo autodistruttivo Franco decise di dar un indirizzo specifico alla sua arte e alla sua vita.

Cominciò a dipingere soggetti religiosi, con grandi croci che gli ricordavano la guerra, la sua ossessione.

“Seguivo” continua Venanti” la corrente espressionista; ero finalmente riuscito a rompere i lacci col neoclassico e con la splendida ma statica eredità d Migliorati. A Palazzo Cesaroni esposi quaranta quadri sui tedeschi, li vendetti tutti. Poi, mi disintossicavo con i fiori. Non ho mai concepito l’arte a tema esclusivo, ma sfoghi molteplici. Certo, s’imboccano, volta per volta, strade diverse. Anche percorrendole sino in fondo, ci si può fermare sul ciglio per curiosare nelle vie traverse. Altrimenti ci si annoia o si diventa matti”.

Il fascino del femminile lo ritrovò più tardi, soprattutto nel periodo che intercorre tra i suoi due matrimoni, raccontano in maniera cifrata e metafisica i segreti che quel mondo gli faceva scoprire.

La politica?

“E’ la stessa cosa. Non sono un animale politico perché la mia animalità è istintiva e selvaggia, non meditata, mai utilitaristica e speculativa. Eppure parlo sempre di politica. Odio il potere.

Chi sale su una sedia m ‘infastidisce per il solo fatto che si sceglie il piedistallo. Sono stato amico di guevaristi e preti scismatici. Nel gruppo culturale Bonazzi, che sciolsi nel ’74, vissi attimi inebrianti di sfida e protesta. Ma diffido degli aggiustamondo di professione. E poi, alle volte, con raccapriccio, mi sorprendo in flagrante nostalgia di valori che una volta pensavo fosse giusto distruggere e che invece, forse, bisognava conservare. Almeno quelli eterni, che proteggono la nostra individualità, la nostra ansia di libertà e di civiltà. Così con le donne. Mi hanno sempre attirato, nel bene e nel male, quando le rinnego e quando le rimpiango, e quando le cerco di nuovo. Penso che le donne siano gli animali più pittorici, oltre che i più pittoreschi, che possano insegnare ad un artista il gusto di vivere e la voglia del misterioso.
”

 

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Tiziana

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