della Dr.ssa Ludovica Longi

Attacchi di panico

“I limiti esistono soltanto nell’anima di chi è a corto di sogni” (P. Petit)

Senso di oppressione al petto, formicolio agli arti, capogiri o sudorazione fredda…?

Tachicardia, tremori e vertigini…? Apnee e dispnee…?

Eh già, è lui: l’attacco di panico.

Generalmente l’esordio del disturbo di panico avviene all’interno di un contesto di cambiamento di vita come l’inizio di una nuova attività, l’iscrizione ad un’Università, il cambiamento di status, di abitazione, un trasferimento in un’altra città, o anche alle soglie di un matrimonio. In genere ogni persona è chiamata durante la propria vita ad affrontare dei cambiamenti, di tipo professionale, affettivo o biologico, che rappresentano certamente una sfida importante e talvolta producono un alto livello di ansia. Momenti in cui gli abituali stili di vita possono cambiare radicalmente, segnando un passaggio nella storia dell’individuo e portando in sé la paura del nuovo.

 Il sintomo panico viene avvertito come una sofferenza per la quale è difficile, se non impossibile, distinguere se abbia origine nel corpo o nella mente. Il radicale coinvolgimento del sistema neurale (la mente) e del sistema neuroendocrino (l’interscambio biologico fra mente e corpo) fa sì che l’ansia, l’angoscia e il panico si esprimano simultaneamente come “stati d’animo” (ossia come emozioni profonde e viscerali) e come reazioni somatiche: insonnia, palpitazioni, sudorazioni, tremori, apnee e dispnee, vertigini.

Il clinico si trova nella “fortunata” condizione di riconoscere la sindrome sia dal versante mentale che da quello fisico e di poterla aggredire su entrambi i fronti, eventualmente privilegiando un aspetto piuttosto che l’altro, sulla base della sua formazione o delle sue personali convinzioni scientifiche. In senso stretto, dunque, il disturbo da attacchi di panico dà l’opportunità di studiare e capire le relazioni che intercorrono fra la dimensione fisica e quella mentale; quindi consente di articolare con precisione il rapporto fra almeno quattro elementi:

• la struttura della personalità (il “carattere” della persona, maturato nel corso della vita);

• le relazioni affettive e sociali in cui la persona è coinvolta;

• i suoi conflitti affettivi, sociali e morali, interni ed esterni all’area della struttura di personalità;

• infine, la specifica risposta biologica con la quale l’organismo reagisce alla tempesta emotiva derivata dai conflitti.

Una delle caratteristiche dei resoconti di chi soffre di attacchi di panico è quello di una descrizione stereotipata del periodo precedente all’insorgenza del disturbo: come se ci fosse una linea ben marcata che segna la differenza tra lo stato di benessere percepito fino a quel momento  e lo stato di malessere che fa sempre più paura. Non è difficile cadere nella trappola mentale di elogiare un qualche tempo passato in cui tutto sembrava andare perfettamente: “i bei tempi andati”.

Cercare un antidoto che possa sconfiggere tutte le paure è ovviamente un’impresa pressoché impossibile. Certamente possibile invece è riuscire a diventare più consapevoli dei timori che ci attanagliano, capirne i motivi profondi per poi avere la chance di avere un confronto più franco con la realtà. Così come nel lavoro psicologico anche nella letteratura ritroviamo la necessità della ricerca di senso: esso è sicuramente il leitmotiv di gran parte della storie, dei miti e delle favole. Il protagonista avverte una mancanza, un’assenza per alcuni versi incolmabile, e da quel preciso momento inizia la sua ricerca, attraverso un viaggio che ha la funzione di mettere alla prova il protagonista.

Ti senti di dire parole che ti sembravano inopportune? È il momento di pronunciarle e di liberarsi da un eccesso di autocontrollo.

Scalci o tiri un pugno? Gli attacchi di panico segnalano che hai in te delle istanze aggressive da esprimere.

Sorridi o ti commuovi? Forse è giunto il momento di arrendersi alle emozioni,  che emergono prepotentemente proprio grazie alla crisi.

Si tratta di un’evoluzione, di un cambiamento interno che porta ad assumere una nuova ottica rispetto ai problemi da affrontare. Questo cambio di visuale nel percorso analitico, ad esempio, porta ad una confusione iniziale: la storia dell’individuo è sempre la stessa, quello che muta è la chiave di lettura, è il modo in cui la persona “dà un nuovo posto” alle categorie utilizzate per sperimentare se stesso. In questo passaggio però vi è un momento in cui la persona sente di non avere punti di riferimento certi e che questa trasformazione corrisponda ad un salto nel buio. Si può constatare spesso, nella pratica clinica, come il sentirsi soli richiami sia la sensazione di una perdita delle certezze, sia quello del cedere, del lasciar andare e, quindi, del lasciarsi andare. La sensazione può essere avvertita come terribile, perché si sente di abbandonare delle credenze che hanno accompagnato la propria esistenza per anni, ma c’è un aspetto importante da seguire, secondo il quale capita di sentirsi come liberati di un peso e anzi ci si rende conto di poter finalmente accostarsi a nuove libertà.

Fonte immagine: http://latimesblogs.latimes.com/

Psicologia

Comments are closed.

Amatrice - Noi Ci Siamo - FashionNewsMagazine