La fabbrica delle contaminazioni

Di Stefano Galli

Dall’esterno la centrale Montemartini appare deliziosa nonostante si tratti in realtà, di una centrale elettrica dei primi del Novecento: le enormi finestre del piano rialzato alleggeriscono e rendono elegante la facciata del complesso.

Entrando all’ interno per la prima volta, resto rapito dalla tecnologia di quel periodo: queste grosse macchine nere (di ghisa credo), piene di manopole e tubi e voltimetri, mi danno uno strano miscuglio di sensazioni…tra la veloce e spasmodica tensione verso il progresso dei futuristi e il Frankenstein Junior di Mel Brooks.

Proseguo ma, invece di incontrare Igor, mi accorgo che a contornare questi giganteschi macchinari, ci sono delle splendide sculture, candidi lustri e antichi marmi che, ricordano gli antichi splendori delle civiltà romana e greca

Il palco è montato nella grande sala macchine, davanti ad una sorta di frontone in cui troneggiano monconi di statue.

Alle 21, puntuali, salgono sul palco tre musicisti molto diversi tra loro, per stile, età e continente: dall’ Inghilterra il pirotecnico chitarrista alieno Allan Holdsworth, con i suoi incredibili suoni super filtrati e la sua proverbiale attitudine improvvisativa, e che dagli anni Settanta non ha bisogno di presentazioni; dall’Australia Virgil Donati, batterista che vanta al suo attivo collaborazioni come i Planet X, Steve Vai e i Tribal Tech di Scott Henders; Anthony Crawford, un musicista capace, solido e incalzante, con il suo basso a sei corde ed un suono rotondo e potente. Un trio incandescente che mesco Rock e Jazz in un’ aristocratica Fusion.

Il Groove del trio sembra ridare vita alle macchine dormienti e, per un attimo sembra di rivederle sbuffanti in febbrile attività.

Lo spettacolo prosegue per un’ora circa, e conclude con un brano di Holdsworth da solo… chiudendo gli occhi si potrebbe pensare che è un quartetto d’archi che suona.

È stata una serata interessante, cronologicamente la 3° delle otto previste per il GUITAR LEGEND FESTIVAL alla Centrale Montemartini, peccato solo che gli ambienti dell’ antico complesso industriale non offrano i vantaggi alla propagazione sonora che il trio di virtuosi avrebbe meritato.

 

 

Tiziana

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