tris di regine

Di Tiziana Galli

Basilissa Style II

Intervista al Prof. Marco Bussagli (seconda parte)

Per leggere la prima parte clicca qui.

I colori, le pietre e i gioielli?

“Sì, proprio così: pietre più o meno preziose e gioielli che si portano dietro, inevitabilmente il corollario dei colori. Teodora, nel celebre mosaico di San Vitale a Ravenna che abbiamo preso come punto di riferimento, ha più gioielli del suo consorte. Giustiniano sfoggia, infatti, la fibula sulla spalla destra (preziosa chiusura della clamide) e la corona sulla testa che lascia intravedere i nastri posteriori che terminano con due perle preziose. Lo dimostrano con facilità confronti con monete dell’epoca come, per esempio, i solidi d’oro dell’imperatore Zeno (474-491) che regnò sul trono di Bisanzio poco meno di vent’anni prima di Giustino I, il predecessore di Giustiniano che era anche suo zio. L’imperatrice, invece, indossa una corona assai più ricca, la cui caratteristica risiede nei due pendilia laterali, molto simili a quelle che adornano la Corona di Costanza d’Aragona conservata nel Tesoro della cattedrale di Palermo.

Sebbene si tratti di un monile del XIII secolo che, probabilmente, fu realizzato come pastiche assemblando elementi di epoche diverse, rispecchia il gusto della corte orientale di Bisanzio alla quale, per altro Federico II di Svevia, di cui Costanza († 1222) fu la prima moglie, s’ispirava per motivi politici e culturali. I gioielli di Teodora, però, non si fermano qui, ma il suo abbigliamento s’impreziosisce grazie alla presenza di una collana, probabilmente di smeraldi, di due lunghi orecchini di perle e zaffiri e di un omerale di pietre preziose, ossia una larga fascia d’oro, perle, smeraldi (quello centrale, forse ripetuto anche dietro), rubini (i due laterali) e diamanti tagliati a goccia) che le orna il petto e le spalle. Si tratta delle stesse gioie che compongono la corona e, naturalmente, la loro scelta non può essere considerata casuale perché i significati sono quelli di purezza (perle), forza e potere (diamante), conoscenza (smeraldo), fortuna e salute (rubino), chiaroveggenza interiore (zaffiro). Così, oltre che simboli del potere i gioielli imperiali si pongono come straordinari amuleti a protezione dei sovrani e del regno che rappresentano.”

Alterigia e distacco caratterizzano la regina Orientale che viene presentata come una divinità. Come si concilia con il fervore del cristianesimo dei primi tempi?

“Il rapporto fra potere e divinità è strettissimo nel senso che il sovrano è tale per volere della divinità e la rappresenta sulla terra. Poi, quando il sovrano muore può addirittura essere divinizzato. Era quanto accadeva ai faraoni, ma anche agli imperatori di Roma che divenivano divinità da adorare, come del resto era lo stesso Romolo, dio Quirino. Si sa che gli imperatori bizantini seguivano un rigido cerimoniale, descritto scrupolosamente da Costantino VII Porfirogenito nel suo De Cerimoniis che aveva come punto nodale l’idea che l’imperatore fosse, contemporaneamente sovrano e pontefice (come era per gli antichi imperatori di Roma: Augusto era anche pontifex maximus), ossia vicario del Cristo e capo politico dello Stato.

Per questo, quando ci si rivolgeva a lui bisognava fare la proskynesis, ossia inginocchiarsi e prostrarsi con il volto a terra, come fa la figura di Leone VI (almeno si ritiene che sia lui) nel mosaico della lunetta della Porta Imperiale di Santa Sofia a Costantinopoli, che si prostra dinanzi al Cristo in trono che è il vero imperatore celeste. È poi nota la descrizione del vescovo Liutprando da Pavia, come messo dell’imperatore Ottone I, che, nel 949, si trovò a tu per tu con Costantino VII (912-959) nella grande sala della Magnaura nel Palazzo imperiale. Si può infatti leggere: «Il trono dell’imperatore era disposto con una tale arte, che in un momento appariva al suolo, ora più in alto e subito dopo sublime, e lo custodivano, per dir così, dei leoni di immensa grandezza, non si sa se di bronzo o di legno, ma ricoperti d’oro, i quali percuotendo la terra con la coda, aperta la bocca emettevano il ruggito con le mobili lingue. In questa casa dunque fui portato alla presenza dell’imperatore sulle spalle di due eunuchi. E sebbene al mio arrivo i leoni emettessero un ruggito, e gli uccelli strepitassero secondo le loro specie, non fui commosso né da paura, né da meraviglia, poiché di tutte queste cose ero stato informato da chi le conosceva bene.».

tris regine ieri e oggi

Le imperatrici, quando esercitavano pienamente il potere, come nel caso di Irene (792- 802), l’artefice del Concilio Niceno II che sancì il ritorno al culto delle immagini dopo la parentesi iconoclasta, godevano degli stessi identici privilegi. Tutto questo può apparir lontano dal messaggio del Cristianesimo ed, in parte, sicuramente lo è, ma va anche detto che gli uomini hanno bisogno di simboli visivi e concreti, sicché affermare la dignità quasi sovrumana del sovrano significa stabilire una linea diretta fra la divinità ed il garante dell’ordine trascendente in terra.

Naturalmente, l’attenzione alla condizione dei poveri, la condivisione con loro, la compassione ed il significato profondo del verbo di Cristo vanno ben al di là dei simboli della regalità cui tengono gli uomini. Questi, però, invece di superarli, tendono anzi a proiettarli perfino sulla figura del Salvatore (Pantokrator, ossia «Re di tutto») per sentirsi rassicurati. Altrettanto può dirsi per la figura dell’imperatrice che non riesce però a sovrapporsi a quella di Maria che sebbene Theotokos («madre di Dio») e sia stata presentata non di rado come regina come per esempio nel caso della parete palinsesto di Santa Maria Antiqua a Roma (VI secolo), porta con sé una dimensione di maternità e di dolcezza che l’iconografia ufficiale delle sovrane recuperò soltanto in epoca tarda, dal XVIII secolo in poi (ma non per molto per via della fine delle grandi monarchie come quella francese). Questa nuova tendenza, però, non attecchì sul suolo inglese, dal momento che la monarchia anglosassone del XX secolo operò spesso per mantenere intatto l’algido distacco della regina Elisabetta II, il cui primo ritratto di Pietro Annigoni fu eseguito nel 1955.”

Dopo Teodora quali altre regine bizantine hanno influenzato così tanto l’immaginario comune?

“Nell’ambito della cultura bizantina, francamente, credo che l’eco avuto da Teodora non sia mai stato eguagliato da nessun’altra sovrana. Tuttavia, questo non vuol dire che non ci siano state altre personalità di rilievo nell’ambito degli oltre mille anni che hanno visto susseguirsi le vicende dell’Impero Romano d’Oriente dalla fondazione di Costantinopoli il giorno 11 maggio del 330, fino al 29 maggio 1453 quando fu conquistata da Maometto II e fu trasformata nell’odierna Istanbul.

Una fu senz’altro Irene, detta l’Ateniana, moglie dell’imperatore Leone IV che usurpò il trono del figlio Costantino V, ma che fu a sua volta spodestata da Niceforo I. Il suo apporto, però, al di là delle vicende personali riguardò la complessa vicenda del culto delle immagini e che pose le premesse perché venisse del tutto abbandonata la pratica dell’iconoclastia. Un’altra figura da ricordare (non certo come esempio edificante) fu l’imperatrice Zoe che spodestò Michele V, suo figlio adottivo e, fattolo imprigionare, lo fece accecare per non avere rivali nella gestione del potere. Sposò Costantino IX Monomaco al quale nel 1055 successe Teodora, sorella di Zoe in quanto figlia di Costantino VIII.”

Quali le differenze più sostanziali tra le regine Orientali e quelle Occidentali?

“Com’è noto, l’imperatrice bizantina aveva lo stesso titolo del marito al femminile: augusta (in greco sebasté) nel tardo antico e, in seguito, basilìs, basìlissa o autokratòrissa. Già dal tempo di Costantino portava il diadema e, in seguito, la sua incoronazione aveva luogo a palazzo con la partecipazione del patriarca e dei grandi dignitari. Le venivano inoltre tributati onori ufficiali. Per influsso dei costumi orientali – che a Bisanzio si affiancarono e s’intrecciarono costantemente a quelli di origine romana –, l’imperatrice non godeva però di grande libertà e viveva nei ginecei fra le ancelle e gli eunuchi, anche se ciò non comportava una completa segregazione.

La sovrana non partecipava alle cerimonie pubbliche, ma a corte godeva comunque di una certa libertà e talvolta prendeva parte all’amministrazione dello stato. Tuttavia, nel caso di Teodora, moglie di Giustiniano I (527-565), il suo ruolo le concedeva di ricevere senatori e ambasciatori, corrispondeva con principi stranieri e si occupava di affari di governo. Si avevano inoltre circostanze in cui le sovrane potevano disporre dell’impero o anche esercitare direttamente il potere senza che questo loro diritto fosse messo in discussione, come nel caso di Irene, Zoe e Teodora che abbiamo ricordato. Il mondo occidentale non è così diverso, perché anche qui, quando il ruolo della sovrana non ha una spiccata funzione politica, come nel caso di Elisabetta I, per esempio, la vita della regina è all’ombra del marito, con qualche minore ristrettezza rispetto alla corte bizantina, ma con altrettante pesanti limitazioni. Si pensi alla vicenda della principessa Sissi, oppure alle sofferenze di Lady Diana, la cui vicenda sentimentale è un continuo grido di dolore e di aiuto lanciato verso un consorte incapace di comprendere che una futura sovrana possa subire gli stessi patimenti dei borghesi. In entrambi i casi, una gabbia dorata.”

Roma 4 Aprile 2013

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