Di Cecilia Turriziani

Il teatro e i suoi giovani talentuosi: intervista all’attore Francesco Bonomo.

Romano, 37 anni ed una fiorente carriera teatrale: Francesco Bonomo, in tournée in questi giorni con la rappresentazione di “Taking Care of a Baby” di Dennis Kelly, per la regia di Fabrizio Arcuri. Dal 7 al 19 maggio al Teatro Piccolo Eliseo di Roma accanto ad Isabella Aragonese.

 

Francesco Bonomo è un giovane attore teatrale. Presto sarà a teatro con “Taking Care of a Baby” accanto ad Isabella Aragonese.
Andiamo a conoscerlo più da vicino.

Laureato al DAMS. Quando e come ti è venuta la “vocazione” dell’attore?

“E’  iniziata per caso, un amico mi disse che c’era un laboratorio teatrale a Monteverde/Trastevere, ti parlo dei tempi del liceo, avrò avuto diciassette anni, e cominciai ad andare lì. Fin da piccolo comunque ho avuto questa passione dilettandomi nelle imitazioni, nonostante sia una persona molto introversa. Ho iniziato quest’avventura e non mi sono più fermato.”

Trovi che quello dell’attore sia un percorso difficile in cui 1 su 1000 ce la fa, oppure attraverso uno studio costante si può riuscire nell’intento?

“1 su 1000 ce la fa, con lo studio! Il mestiere dell’attore è difficile, ma non la si può considerare una professione d’élite. Non si smette mai di studiare, di cercare e di crescere. Non ci si ferma mai. Questo lavoro prevede un briciolo di fortuna, ma per quanto riguarda il teatro, tanto studio. Finora ho fatto cose bellissime ed al momento sono soddisfatto. Sono in cerca di nuove sfide.”

 Niente cinema, poca TV e tanto teatro. Perché?

“Scelte di vita: è quello che ho perseguito sinora, cercato e voluto. Nel tempo, in modo del tutto casuale, sono avvenute altre cose e le ho colte al volo! In teatro ho interpretato grandi ruoli, certo non mi fermerò, non che non mi senta appagato, ma voglio provare anche altro. Il mestiere dell’attore è uno solo, ma ci sono tante tecniche… Il linguaggio del teatro è un linguaggio complesso, totale e totalizzante, completo. Non c’è una cinepresa che riprende solamente il tuo mezzobusto o il tuo primo piano, l’attore si vede in tutta la sua totalità e non in riquadri specifici, non mente, non può mentire. Nel cinema c’è crisi, fino agli anni ’80 c’era più distribuzione di film italiani, oggi di quelli importanti ne vengono distribuiti 9-10 l’anno.”

“Re Lear” diretto da un grande nome come quello di Michele Placido. Che insegnamenti hai tratto da lui? Sempre che tu ne abbia tratti…

“Non ho mai incontrato un direttore di attori come lui! Istinto e talento straordinari. Riesce ad indicarti la sua naturalezza, a mostrartela e quindi a trasmettertela. Con il suo istinto ti suggerisce una strada da percorrere inaspettata. L’insegnamento più significativo di Michele Placido: la Fiducia. Ovvero la capacità di delegare agli altri, delegare all’attore la responsabilità della scena. Da moltissima autonomia. < Fammi vedere come la faresti tu > ha esordito una volta, e non è una cosa né banale né da sottovalutare, soprattutto in un contesto primario come l’interpretazione di “Re Lear” ed un attore di grosso calibro come lui. Con la sua umiltà mi ha fatto capire come stare sulla scena.”

Ora in tournèe teatrale con “Taking Care of Baby” tratto dal romanzo-documentario di Dennis Kelly, regia di Fabrizio Arcuri. Di cosa parla questa rappresentazione? Il tuo ruolo?

“E’ un testo contemporaneo. Parla di due donne: Lin e Donna, Lin è la madre di Donna, Donna a sua volta è madre di due bambini che sono stati uccisi e lei è accusata del loro omicidio. E’ la storia di un matricidio.  Questa rappresentazione teatrale può certamente essere considerata  l’archetipo dell’uomo ma nello stesso tempo anche tema contemporaneo. Sono fatti di cronaca inglese realmente accaduti (da lì ha preso spunto Dennis Kelly). Il mio ruolo è l’autore del testo. Ovvero l’autore fa delle domande ai personaggi, ingannandoci, facendoci credere di assistere ad una scena vera. Sono l’alter ego di Kelly. E’ come se vedessi i materiali che l’autore crea nella rappresentazione stessa. Il teatro è lo specchio della società.”

Reciti accanto ad Isabella Aragonesi, nota tra i giovani come artista emergente. Com’è stato lavorare con lei?

“Molto bene! E’ una bellissima persona. Un’esperienza totalizzante.”

Presto però ti vedremo anche in Tv nella miniserie Rai dedicata all’Omicidio Ambrosoli a fianco di Pierfrancesco Favino. Qual è il tuo personaggio?

“Interpreto la parte del cattivo, uno dei collaboratori di Sindona (ndr Giorgio Ambrosoli è stato un avvocato italiano, assassinato nel 1979 dal banchiere siciliano Michele Sindona, sulle cui attività Ambrosoli stava indagando nell’ambito dell’incarico di commissario liquidatore della sua Banca Privata Italiana). Il resto è da vedere perché le riprese sono appena iniziate…”

Un grandissimo in bocca al lupo a colui che del suo mestiere ne fa arte.

 

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