Di Marina Furegon

Nel fantastico mondo dei MON.

Chiamateli come volete, Mon, Monsho, Mondokoro, Kamon, sta di fatto che gli emblemi o stemmi di famiglia giapponesi vengono tramandati da generazione in generazione, affascinando tutto il mondo.

Le sue origini così lontane lo fanno risalire ad un emblema di distinzione di appartenenza ad un clan o ad un’organizzazione specifica.

Nel  XII sec. varie fonti danno una chiara indicazione araldica specialmente come uso distintivo in battaglia, rendendolo ancora più affascinante.

Oltre che sull’abbigliamento, per esempio sul kimono, i Mon venivano usati anche sulle bandiere, tende ed attrezzature.

Nell’abbigliamento formale giapponese i Mon generalmente sono quelli di famiglia, ma molto spesso, specialmente in tempi passati, i popolani che non avevano nessuna connotazione aristocratica, adottavano quelli del loro feudatari o quelli dell’organizzazione a cui appartenevano, e nel caso più estremo venivano inventati pur di trasmetterli ai loro discendenti.

L’essenzialità tipica del design dei Mon, a fatto si che tutto il mondo prendesse spunto da essi per la creazione di loghi e marchi.

Esempio di rapida comunicabilità, il logo di Mitsubishi  e quello della Kikkoman sono un esempio di come un mondo tradizionale così ermetico  racchiuso in un semplice marchio, sia diventato sinonimo di comprensibilità visiva a livello universale.

La vastità e la linearietà dei Mon sono il loro punto di forza, tanto che con il passare del tempo sono sopravvissuti, restando un segno distintivo sia nell’abbigliamento tradizionale che in altre forma d’arte.

Il monocronismo li distingue rendendoli ancora più minimal.

Nell’abbigliamento tradizionale, nei kimono da cerimonia, si usa spesso  aggiungere più mon (uno, tre, cinque) su entrambi i lati del petto, su entrambe le maniche e nel mezzo della schiena,  proprio per rafforzare il formalismo degli indumenti.

Tanti libri hanno raccontato la storia dei Mon, facendo affascinare ed incuriosire molti studiosi e non solo… se vi capiterà  in futuro di vederne uno, magari raffigurato sopra un kimono, vi prego non chiamatelo semplicemente stemma di famiglia, ma cercate di viaggiare  con la fantasia  guardando quel piccolo fantastico Mon.

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Barbara Molinario

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