Dal 3 al 7 febbraio 2014 “I giorni e le notti – L’Arte di Eduardo”
“Un sentito e doveroso omaggio ad uno dei massimi esponenti della cultura italiana del Novecento”: così, il prof. Roberto De Gaetano, ordinario di Filmologia nonché Presidente del Corso di Laurea Magistrale in linguaggi dello spettacolo del cinema e dei media, presenta il progetto: “I giorni e le notti: l’Arte di Eduardo”, organizzato dall’Università della Calabria insieme ad altri Atenei e Istituzioni meridionali in occasione del trentennale della morte di Eduardo De Filippo, avvenuta a Roma il 31 ottobre 1984.

Oltre all’UniCal, capofila del progetto coordinato dallo stesso De Gaetano e dal prof. Bruno Roberti, sono coinvolte le Università Salerno (e la Fondazione Salerno Contemporanea), Messina (attraverso il Centro Interdipartimentale di Studi sulle Arti Performative), l’Università “Suor Orsola Benincasa” di Napoli, il Centro Sperimentale di Cinematografia/Cineteca Nazionale, la Fondazione “Eduardo De Filippo”, l’Associazione Nazionale dei Critici di Teatro, con la collaborazione della Ripley’s Film.
Le iniziative che vedranno impegnata l’Università della Calabria, attraverso il CAMS (Centro Arti Musica e Spettacolo), il Dipartimento di Studi Umanistici, e in collaborazione con l’Associazione culturale “Fata Morgana”, si svolgeranno nel Teatro Auditorium dal 3 al 7 febbraio e continueranno nel mese di maggio con una serie di Laboratori e spettacoli.
Per gli altri atenei, invece, sarà il turno di Salerno dal 24 al 26 febbraio, dal 27 al 28 marzo e il 15 maggio; dell’Università di Messina, il 15 e 16 settembre; e dell’Università “Suor Orsola Benincasa” di Napoli dal 30 al 31 ottobre 2014.
“L’arte di Eduardo” – scrivono De Gaetano e Roberti nella presentazione dell’evento – non è una tra le altre. E’ qualcosa di più, è l’arte capace nel suo essere diurna e notturna allo stesso tempo di riprendere la linea scettica del “dramma borghese” per calarla nella tradizione delle maschere popolari italiane; di promuovere la lingua “bassa” del dialetto a lingua “alta” del pensiero; di dare corpo e cove sulla scena e sullo schermo ad un “romanzo teatrale” dove i destini dell’uomo incrociano quelli della storia; di attraversare momenti e movimenti storici (neorealismo) declinandone la drammaticità in forme fantasmatiche e grottesche; di pensare e costruire una commedia, anche cinematografica, dove il colore “rosa” dei giovani e del futuro è schiacciato da quello “nero” dei vecchi; di restituire impietosamente le forme dell’istituzione cardine della famiglia; di perseguire la ricerca impossibile, ma irrinunciabile, dell’umanità dell’umano, che la grande arte non ha smesso e non smetterà mai di compiere, radicando questa ricerca nello spaziotempo di una nazione, l’Italia, e di una città, Napoli; in definitiva, di riconsegnarci l’approdo ultimo, novecentesco, di un sentimento scettico e disincantato del mondo, di una condizione esistenziale segnata dalla solitudine come ritiro dalla vita, anche se “A vita, secondo me, significa tutto. E dicendo tutto, voglio dicere tutto” (Mia famiglia). E’ per questo – concludono De Gaetano
e Roberti – perché la sua arte ci riguarda da vicino, e da molto vicino riguarda la storia e l’identità
di un secolo e di una intera nazione, che quest’anno, nel trentennale della morte, ne vogliamo
parlare, affinché il ricordo sia la forma viva per una comprensione del presente ed una apertura
del futuro”.
L’arte di Eduardo non è una tra le altre. È qualcosa di più, è l’arte capace nel suo essere diurna e notturna allo stesso tempo di riprendere la linea scettica del “dramma borghese” per calarla nella tradizione delle maschere popolari italiane; di promuovere la lingua “bassa” del dialetto a lingua “alta” del pensiero; di dare corpo e voce sulla scena e sullo schermo ad un “romanzo teatrale” dove i destini dell’uomo incrociano quelli della sto-ria; di attraversare momenti e movimenti sto-rici (neorealismo) declinandone la drammati-cità in forme fantasmatiche e grottesche; di pensare e costruire una commedia, anche cinematografica, dove il colore “rosa” dei giovani e del futuro è schiacciato da quello “nero” dei vecchi; di restituire impietosamen-te le forme dell’istituzione cardine della fami-glia; di perseguire la ricerca impossibile, ma irrinunciabile, dell’umanità dell’umano, che la grande arte non ha smesso e non smetterà mai di compiere, radicando questa ricerca nello spazio-tempo di una nazione, l’Italia, e di una città, Napoli; in definitiva, di riconse-gnarci l’approdo ultimo, novecentesco, di un sentimento scettico e disincantato del mon-do, di una condizione esistenziale segnata dalla solitudine come ritiro dalla vita, anche se “A vita, secondo me, significa tutto. E di-cendo tutto, voglio dicere tutto” (Mia fami-glia).
È per questo, perché l’arte di Eduardo ci ri-guarda da vicino, e da molto vicino riguarda la storia e l’identità di un secolo e di una in-tera nazione, che quest’anno, nel trentenna-le della morte, ne vogliamo parlare, affinché il ricordo sia la forma viva per una compren-sione del presente ed un’apertura del futuro.

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