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Erevan, alla scoperta della “città sacra” dell’Armenia

Alle pendici del Monte Ararat si apre il profilo della capitale armena, una città di montagna dalle origini antichissime, da scoprire in un viaggio a ritroso nel tempo.

Chi dice Armenia, dice cattolicesimo. Fu infatti questo piccolo stato, flottante tra l’Asia e l’Europa, ad adottare per primo al mondo la religione cattolica come culto di Stato, addirittura nell’anno 301 dopo Cristo.

L’aura di tradizione e di fede la ritroviamo, del resto, anche nel panorama della sua capitale Erevan (spesso detta anche Yerevan) dalla quale, senza particolare sforzo, si apprezza la perennemente innevata vetta del Monte Ararat che, con i suoi oltre 5.000 metri di altezza, sarebbe stato nella narrazione biblica il punto di approdo dell’Arca di Noè, dopo i 40 giorni e le 40 notti del diluvio universale.

A quasi 1.000 metri sul livello del mare, Yerevan gode di un clima sostanzialmente mite, con estati piuttosto calde (si raggiungono facilmente i 33-34 gradi nei mesi di luglio e agosto) e inverni che, pur registrando temperature al di sotto dello zero, sono meno rigidi di quelli della confinante Russia.

Chiamata anche la “Città Rosa”, in virtù del tono caldo dei suoi monumenti e di molte abitazioni comuni, Erevan presenta una mistura a volte poco efficace, ma sicuramente curiosa, di stili antichi e di quel razionalismo architettonico che ha fatto la fortuna dei progettisti sovietici.

Spazio dunque a enormi piazzali, sui quali trionfano monumenti impattanti come l’Arena Demircian, una struttura che ospita eventi sportivi e concerti e che sorge al termine di una imponente scalinata di 184 gradini, non lontano dallo Tsitsernakaberd. È questo il luogo forse più importante di tutta la città, il Memoriale al genocidio armeno che, tra il 1915 e il 1916, portò alla morte di oltre un milione di armeni, uccisi per ordine dell’Impero ottomano, in un episodio storico che, nonostante sia riconosciuto da quasi tutta la civiltà occidentale, viene ancora negato (almeno in parte) dalla controparte turca.

Lo Tsitsernakaberd (o Dzidzernagapert) si compone di due parti fondamentali: una stele a punta, alta 44 metri, e un braciere, composto da dodici piastre, nel quale arde una fiamma eterna, a perenne ricordo del sacrificio degli armeni. Dallo stile tradizionale, ma realizzata tra il 1997 e il 2001, è invece la Cattedrale di San Gregorio l’Illuminatore. Facilmente raggiungibile dalla stazione General Andranik della metropolitana di Yerevan, è il luogo di culto più importante della Chiesa Apostolica Armena.

Nonostante le sue dimensioni piuttosto contenute, Yerevan è una città dove gli spazi sono stati selezionati con cura quasi maniacale, per diffondere un senso di ampiezza e monumentalità. È il caso, del resto, di Piazza della Repubblica, ben 30.000 metri quadrati di spazio sui quali emergono i profili del Museo Storico, della Galleria Nazionale e della Casa del Governatore, realizzati tra gli anni Venti e Settanta su progetto dell’architetto Alexander Tamanian. Molto bello il colpo d’occhio notturno della Hraparak, e sicuramente uno dei ricordi più piacevoli che porterete del viaggio a Yerevan. Yerevan non è la solita capitale, o tanto meno una meta turistica nel senso più tradizionale del termine, ma proprio per questo si presta a mille interpretazioni diverse. Chi la apprezza per la sua storia, chi per gli spazi proposti con un gusto quasi discutibile e, chi, invece, la guarderà con senso di rispetto e di ammirazione.

Qualsiasi sia lo scopo – e il significato – del vostro viaggio, non dovreste però trovarvi di fronte a grandi difficoltà. Raggiungere Erevan in aeroporto è facile, e sono molti i collegamenti diretti tra le principali città europee (arrivando dall’Italia, in assenza di voli diretti farete scalo a Parigi, Istanbul o Mosca) e il moderno Zvartnots International Airport. Da qui, ci si sposta verso la capitale in autobus o in metropolitana. Vi occorrerà il passaporto, ma non il visto, almeno che la vostra permanenza non superi i 180 giorni. Ricordatevi infine che sia le condizioni sanitarie che l’accoglienza turistica registrano ancora livelli dissimili da quelli occidentali e che, in questo senso, potreste trovare difficoltà anche nel comunicare con i locali, essendo scarsamente diffusa la conoscenza della lingua inglese.

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