Intervista ad Antonio Mancinelli

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Fashion News Magazine - Intervista ad Antonio Mancinelli

Di Denise Ubbriaco

Intervista ad Antonio Mancinelli

Antonio Mancinelli: scrittore, docente, giornalista, caporedattore attualità di Marie Claire

Fascino indiscutibile, stile inconfondibile, occhi azzurri come il mare, lo sguardo di chi ha tanto da raccontare, un’arguzia ed un’ironia accattivanti, una dialettica ed un curriculum davvero brillanti. E’ Antonio Mancinelli: scrittore, docente, giornalista, caporedattore attualità di Marie Claire. Ha scelto di scrivere di moda sgranocchiando tavolette di cioccolato al latte e servendosi di qualsiasi supporto: cartaceo, televisivo, radiofonico, web. E’ autore di ben otto libri, tra cui “Fashion Box” tradotto in otto lingue. Non è che l’8 sarà un numero fortunato? Ho avuto il piacere di conoscerlo e di intervistarlo in occasione degli eventi firmati Moda Movie, in cui, come se non bastasse, gli è stato consegnato lo Special Award, ovvero il premio assegnato alle personalità che si sono distinte nel mondo della moda.

Antonio, qual è il segreto per diventare un bravo giornalista di moda?

I segreti sono due. Il primo è, sicuramente, la curiosità. Curiosità vuol dire domandarsi, ad esempio, quali sono i materiali, le fonti d’ispirazione, senza fermarsi solo all’apparenza. Questo sembrerebbe un paradosso per chi si occupa di moda come me, invece è fondamentale per entrare in sintonia con il messaggio che lo stilista vuole trasmettere. La curiosità è la prima dote che bisogna avere nella vita. Non bisogna fermarsi alle belle signorine, al bel vestito, alla bella location. L’altro elemento è la conoscenza. Più cose si sanno, meglio è. Vorrei citare un esempio. Sono rimasto molto colpito dalla biografia di Steve Jobs. Ad un certo punto della sua vita, resta senza lavoro e si iscrive ad un corso di calligrafia. Da giovane, io mi sono iscritto ad un corso di moda. A Steve Jobs questa esperienza è servita per capire di più sulla grafica dell’I-phone, a me quel corso di moda è servito per saper giudicare anche la qualità dei vestiti, i tagli. Questo, ovviamente, non si richiede ai giovani fashion designers, ma ai grandi brand. Non è detto che la moda sia sempre bella. Più cose si sanno, più si può giudicare e, in un certo modo, difendere. Io confido molto in voi giovani. Bisogna spronare la crescita della figura del critico di moda che, in italia, ancora non c’è.”

Come si suol dire: “tutto fa brodo”. E’ importantissimo avere una visione di insieme, un’ottica trasversale, una cultura a 360°.

Esatto. Ai miei studenti, proibisco di assistere alle sflate per almeno quattro mesi e li spingo ad andare al cinema, ai musei, a leggere. Paradossalmente, più ci si costruisce una cultura che attraversa vari campi, più il giudizio su una sfilata o su un evento di moda sarà completo e colto. Occorre osservare il mondo con uno sguardo molto attento.

Cosa ti affascina del mondo della moda?

Della moda ho sempre subito il suo potere di essere un linguaggio non verbale che supera e comprende tutti gli idiomi del mondo. Di fronte allo stesso abito, qualsiasi abitante del pianeta può avere una sua propria idea, ma non può negare che quella creazione gli abbia provocato una reazione emotiva. Certo, succede solo con i grandi designer, ma nessun’altra forma espressiva – forse la musica? – raggiunge tali livelli di universalità. E poi, della moda, mi ha sempre sedotto il suo messaggio polivalente: è politica, estetica, economia, psicologia, sociologia, filosofia. Se venisse affrontata seriamente, cosa che in Italia non succede, osservare criticamente una sfilata ci parlerebbe più di un trattato sociopolitico. E anche la sua velocità, che ne è conseguenza, visto che la moda rispecchia e anticipa i desideri del mondo, mi attira come una calamita: si tratta di un settore dove non ci si può mai “riposare sugli allori”, non si può mai dare qualcosa per certo e definitivo, perché c’è sempre un’altra sfilata, un’altra stagione, delle nuove idee. Questo è terribilmente stressante per chi la fa, ma anche terribilmente stimolante per chi la guarda e la usa come osservatorio privilegiato del mondo. Ripeto: è un peccato che, proprio nella patria del buon gusto, scrivere e occuparsi di moda seriamente sia ancora considerata un’attività futile, un giornalismo ornamentale, un’informazione frivola. Sapere di moda significa essere connessi a tutto – ma proprio tutto – quel che avviene intorno a noi.

Un aneddoto sulla tua carriera?

Ne avrei veramente moltissimi, da raccontare. Però mi piace ricordare quando, nell’85, al mio esordio nel giornalismo, venni invitato a vedere una sfilata d’Alta Moda a Roma, dove sono nato e vissuto fino a 25 anni. Scrivevo per il “Corriere della Sera” ed ero molto emozionato perché, da giovanissimo, redigere un articolo per loro era un onore, ma anche un grande impegno. Quando sono arrivato al mio posto in prima fila, dove c’era scritto il mio cognome, è arrivato un giovanotto della Security imbufalito perché avevo osato sedermi al posto della «signora Mancinelli». Ce ne sono volute, di spiegazioni e di proteste, per far capire che quel Mancinelli lì, ero io. Un esempio di come, trent’anni fa, la moda fosse relegata tra l’orrenda espressione delle “pagine rosa” dei quotidiani e assegnata a ricche signore sfaccendate. Credo di essere stato il primo quotidianista maschio a occuparsi di moda (ma scrivevo anche di scioperi, assemblee e fatti di cronaca) in un mondo, come quello del giornalismo, che è ancora oggi indubbiamente maschile, se non maschilista. Ho dovuto combattere per far capire a tutti che scrivere di moda è importante tanto quanto scrivere di politica interna o di economia. E i miei capi: «Ma scrivi talmente bene che dovresti dedicarti ad altri argomenti», mi dicevano. È un atteggiamento che, sotto sotto, perdura anche oggi. E mi dispiace. Perché è sciocco, discriminatorio. E anche lievemente misogino, no?

Fashion News Magazine- Antonio Mancinelli

A fronte delle molteplici esperienze fatte, chi è oggi Antonio Mancinelli?

Un uomo che non ha perso, per fortuna, il desiderio di sapere, conoscere, studiare. Occuparsi di moda implica sapere qual è l’ultimo successo musicale o discografico, chi va forte al cinema, frequentare le mostre d’arte, leggere gli andamenti delle borse, aggiornarsi continuamente sulle tendenze e sulle paure di una società sempre più complessa e, allo stesso tempo, sempre più connessa. È un uomo che non se la tira, perché ha capito, dopo aver conosciuto e intervistato tanti geni creativi, che chi si comporta da divo, non lo è MAI: anzi, solo parlando con tutti si arricchisce e si costruisce la propria personalità. Tirarsela è inutile, dannoso e nocivo. Antonio è un privilegiato, perché è riuscito a fare di sé quello che desiderava da sempre. E, alla fine, è un eterno ragazzo un po’ timido che rifugge dalle mondanità, da certi rituali modaioli che non hanno più senso, che preferisce un buon film a una serata dove ci sono “quelli che contano”, solo per farsi paparazzare. Ed è un professionista che non dà mai nulla per scontato e coltiva la curiosità perenne, sapendo che la moda è davvero il miglior cosmetico anti-age che ti costringe a rimanere sempre giovane (di testa).

Hai un tuo blog su Marie Claire : “Beato fra le gonne”. Quanto è difficile stare al passo con le innumerevoli notizie che circolano in rete?

E’ difficilissimo. Da noi, arrivano dalle 100 alle 150 notizie al giorno sulla moda e sui campi relativi alla moda. Ahimè, c’è un’operazione di selezione. Sono molto fortunato ad avere questo blog. E’ davvero divertente. Ho un direttore che mi lascia grande libertà di espressione. E’ un blog e temo che qualcuno si offenda, qualcuno si è offeso, ma sono ancora qui vivo a dirlo. A tutti noi, la carbonara una volta può riuscire bene, una volta male. Può capitare a tutti. Non è che siamo tutti dei geni e dobbiamo fare la collezione epocale.”

Che rapporto si crea con i tuoi lettori?

Grazie al blog, ho un rapporto immediato con i miei lettori. Si crea un contatto diretto con chi ti legge. Amo molto le conversazioni. Trovo nei giovani un tipo di pubblico molto attento, molto pensante che se muove delle critiche alle collezioni non lo fa per partito preso, ma lo pensa veramente. Credo che tutti possiamo imparare da tutti. L’importante è far circolare le idee.”

Che mi dici a proposito del passaggio dalla carta stampata ai magazine online?

Ho 50 anni e non sono uno dei nostalgici della carta stampata. E’ inutile andare contro la storia. Probabilmente, il futuro sarà quello. Forse, noi giornali di un certo tipo, semplicemente perché abbiamo servizi di moda molto belli, saremo gli ultimi ad andarcene anche perché molte lettrici tendono a collezionarli, a conservarli. Credo che su tutto vinca la qualità. Trovo che non sia tanto il supporto, ma quello che si dice e come lo si dice. Se un mio articolo è interessante sul cartaceo, lo sarà anche sul blog. L’importante è la qualità di ciò che si offre.”

Fashion News Magazine - Antonio Mancinelli

Passi per uno che detesta alcuni blog, dico bene?

E’ vero. Detesto i blog improvvisati. Ad esempio, quelli che contengono gli scatti di street style in cui le “blogger” si conciano come gente da circo di fronte alle sfilate a cui non sono invitate. Personalmente, seguo tre o quattro blog, non italiani, da cui colgo punti di vista interessanti.

La differenza fra blogger e giornalista si sta, sempre più, sfumando. Perché?

E’ una grandissima discussione iniziata anni fa. Io credo che, a questo punto, il giornalista possa essere un ottimo blogger ed il blogger un bravo giornalista. Sicuramente, esiste un linguaggio differente. Vale la qualità, vale la veridicità delle fonti, vale la cultura di base. Credo in un’interscambiabilità attualmente possibile. Il tempo di attenzione che una persona impega nel leggere un articolo cartaceo è maggiore rispetto alla rapidità del blog. Se ti piace un blog, per le cose che dice, allora, ci tornerai e ritornerai. Si crea un rapporto di fiducia. E’ importante che tutto questo non scada nell’esibizionismo di se stessi. Tutti vogliono distinguersi e, proprio perché tutti vogliono farlo, nessuno si distingue.

Di recente, hai partecipato alla XIX edizione del progetto Moda Movie. Cosa ti ha colpito maggiormente delle creazioni che i giovani fashion designers hanno realizzato in occasione del contest dal tema “Crossing Cultures”?

Che nessuno abbia preso alla leggera il tema – profondissimo e degno di discussioni lunghe e complicate – di un mondo dove le culture dovranno per forza incrociarsi, ibridarsi e relazionarsi tra loro. In ognuno dei partecipanti ho intravisto quello che a me più interessa scoprire in un giovane creativo: la costruzione di un sistema di pensiero in relazione a un argomento stabilito. Sono stati tutti bravi – non mi interessano la confezione o le rifiniture dei capi, in queste situazioni – a creare una propria visione. Poi, certo: c’è chi lo è stato di più e chi di meno, ma sono tutti meritevoli di attenzione. E di un’intervista.

Hai ricevuto lo Special Award, il premio assegnato alle personalità che si sono distinte nel mondo della moda. Che mi dici a tal proposito?

Sono molto bravo a fingere di essere sempre calmo, sereno, tranquillo. In realtà, lo Special Award mi ha profondamente commosso e anche un po’ stupito. Non ho mai pensato a me come “bravo”, ma come “professionale”. Ricevere un premio come questo significa che, in fondo, paga non scendere mai a compromessi, a studiare continuamente, a cercare di vedere, in una sfilata, qualcosa che vada sempre al di là dei vestiti. La moda può essere un ambiente molto pericoloso per chi non resiste alle lusinghe false di uno scintillio di immagini, luoghi, vizi e vezzi: io sono sempre stato uno spettatore con un occhio alla passerella e l’altro sul mondo, e questo mi ha permesso di scrivere – e di criticare! – senza paura di offendere qualcuno (purché le critiche siano motivate e fondate: il concetto di “mi piace” o “non mi piace” non esiste, per me). Che dici, adesso posso tirarmela? Purtroppo non ci riuscirei mai, neanche se andassi a lezione da Miranda Priestley de “Il diavolo veste Prada”. Non è nella mia natura. Sorry.

07/06/2015