Robert Plant live Forum Assago Milano

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1998

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Di Elettra Nicotra

Robert Plant live Forum Assago Milano

Un sogno lisergico raccontato dalla voce dei Led Zeppelin.

Ci sono i talenti, i virtuosi: quei musicisti che vale la pena andare ad ascoltare almeno una volta. Questo non ci porta fuori dall’ordinario. Aver sviluppato ottime doti musicali è il risultato di uno studio meccanico (come fare ogni giorno le scale o i vocalizzi). Non è tanto complicato se ci si è applicati con disciplina.  Se parliamo di Robert Plant, ci stiamo spingendo oltre.

Non è la tendenza del momento che si sciupa col tempo. Il suo nome è inciso sulla pietra, il suo passaggio ha segnato più generazioni ed è diventato leggenda. Ma cosa rende un uomo tale? Parlo di un individuo che ha sbeffeggiato qualsiasi standard; ed avendo trovato il suo centro interiore, ovvero quello di donarsi attraverso l’arte, è riuscito ad irradiare una strana forza attorno a lui: quel genere di carisma che trascina le masse e porta una ventata di progresso. È osare. È avere il coraggio di spingersi oltre i limiti del confortevole standard verso un azzardato ignoto. È aprire una strada ed essere pionieri. Se non ci fossero uomini di questo tipo non ci sarebbero innovazioni. Poco importa se, come fanno notare certi “intenditori”, l’estensione vocale non è più quella del 1973. Qui parliamo di “attitude”. È con quella che si scuotono le montagne. Sale sul palco portando dietro il bagaglio di cinquant’anni di esperienza, quello di una vita che potrebbe essere tradotta in dieci vite “normali”. Una presenza solare dalla grinta leonina, che, sul ritmo tantrico ed energico di Poor Howard, lancia il suo incantesimo ipnotizzando gli spettatori dell’Arena di Assago. A supportare Plant, i Sensational Space Shifters, suoi fidati cavalieri ormai da anni, capitanati dal raffinato Justin Adams alla chitarra solista. Un’ovazione intensa sulle note dei brani ripescati dal repertorio dei Led Zeppelin: da Black Dog a What Is And What Should Never Be, senza dimenticare la pietra miliare Whole Lotta Love, qui intrisa del blues primordiale, che ha segnato l’infanzia del cantante, e delle suggestioni nord africane, dove spiccano gli interventi di nyanyeru (strumento ad arco africano) di Juldeh Camara.

“Questo brano è tratto dal mio ultimo cd, anche se io preferisco chiamarlo una ‘Collection of songs'”: così Plant preannuncia Rainbow, singolo tratto dal disco “Lullaby and…the Ceasless Roar”.

Questo un momento intenso, scandito dai battiti di mano dell’intera Arena; è l’intenzione della “via del Cuore”, dove la voce viene modulata con la dolcezza di un dialogo d’amore. La tensione del nudo feedback sonoro rievoca le farfalle allo stomaco dell’innamoramento, che poi si lascia andare quando il ritmo riprende incessante per un finale mozzafiato. È uno show che fa lavorare tutti i sensi corporei. Plant ti trascina da una parte all’altra, attraverso la sua vision. Il racconto variegato del suo sogno, dove la voce può essere quella di un blues selvaggio, può raccontare gli anni ’50 di Elvis, può giocare fra gli sbiascicati ed iconici “baby,baby,baby” o ancora, disegnare le linee complesse di un bassorilievo marocchino attraverso un vocalizzo mediorientale. È un collage emozionale senza tempo, che accosta ciò che amiamo del passato ai beats della musica elettronica. È incessante voglia di andare avanti senza scordarsi del punto di partenza. Così questo sessantottenne procede, senza lagnarsi in nostalgia, ma glorificando la sua storia personale raccontandola da un nuovo punto di vista.

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