Swinging London. 50 anni di stile e trend

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FNM-Swinging London

Di Dario Bentivegna

Swinging London. 50 anni di stile e trend

Dalle strade del West End alle passerelle P/E 17.

Londra è visitata, conosciuta e ammirata anche per il suo passato ossia gli anni ’60, che l’hanno etichettata come una delle città più “cool” del mondo. Stiamo parlando della “Swinging London”, quella della minigonna di Mary Quant, di Twiggy e dei Rolling Stones.

Diana Vreeland, celeberrima editor di Vogue America, fu una delle prime ad accorgersi che Londra era cambiata, descrivendola nel 1965, come “la città più alla moda del mondo”. In seguito fu il settimanale americano Times, nel 1966, a darle il soprannome di “Swinging City”, per descrivere quella rivoluzione culturale e sociale guidata da una nuova generazione di creativi che, liberata definitivamente dall’austerità imposta dalla Seconda Guerra Mondiale e agevolata dal conseguente boom economico del decennio precedente, confluì nella capitale britannica, creando un ambiente dinamico, vivace e all’avanguardia nel lanciare mode e trend.

La Swinging London, a cinquant’anni di distanza, non ha smesso di esercitare la sua influenza sull’immaginario collettivo di turisti e creativi tanto che, sulle passerelle P/E 17 più di un brand ha attinto a piene mani dagli anni ’60, proponendo una rivisitazione moderna di uno stile che ruppe con le regole del passato.

Partiamo da House of Holland, disegnata dall’eclettico Henry Holland che ha dichiarato di ispirarsi alle sue “groupie”, quando crea una collezione. Per lui abiti con paillettes maxi di plexi e stampe floreali mescolate a quadretti, Bardot tops e pantaloni a campana completano il look. Temperley London, invece, propone il lato più boho-chic di quegli anni, caratterizzato da lunghi abiti leggeri e fluttuanti, ricami gitani e colori accesi.

Su un mood simile si colloca anche Peter Jensen che stravolge con uno styling eccentrico, l’immagine stereotipata della ragazza anni ’60, lascando però inalterata la silhouette e le stampe di quegli anni. Completa, infine, la nostra panoramica l’enfant terrible Gareth Pugh che esaspera le stampe optical rendendole maxi, così come i volumi che avvolgono come caftan chi li indossa.

Visto su FNMMagazine

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