Intervista a Neri Parenti

Neri Parenti - il “Re della risata italiana”.
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Neri Parenti, regista e sceneggiatore italiano, è il “Re della risata”; tra i più apprezzati nel mondo cinematografico italiano e genio della commedia più viscerale, fantozziana e natalizia, è tra i “padri” del cinepanettone, nonché direttore di pellicole che per anni sono state ai vertici delle classifiche nel nostro bel paese. Ho avuto il piacere di intervistarlo, in occasione della quarta edizione del format “CineIncontriamoci”, ideato da Mattia Scaramuzzo e pensato come un salotto di incontri, che ha tra i suoi obiettivi principali la promozione della Calabria, della città di Acri, ma soprattutto della cultura.

Dopo tanti successi, chi è oggi Neri Parenti?

E’ un signore che si è molto divertito a fare il suo lavoro e che continua a farlo divertendosi e spera di continuare a farlo per qualche anno ancora. Ormai, ho fatto quasi 50 film, quindi diciamo che sono un po’ alla fine della carriera. Per qualche anno, penso ancora che mi posso difendere.”

Un aneddoto sulla sua carriera?

Ce ne sarebbero tanti. Adesso, uno solo è difficile.”

Non c’è problema! Può raccontarne qualcuno in più.

Per esempio, quando sono stato assunto per fare il primo film di Villaggio e sono andato a casa di Villaggio, mi disse: “Ma io pensavo che te eri un altro!”. Allora io gli ho detto: “Allora, chiamate quell’altro.” Villaggio risponde: “Ormai sei venuto te. Lo faccio con te il film!”. Per dire, come nascono le cose a volte!”.

I tre film a cui è più legato?

Uno sicuramente è il primo che, tra l’altro, era una schifezza. L’ho rivisto qualche anno dopo, era inguardabile. Orrendo! Tuttavia, era il primo, quindi … Oggi, ci sono molti giovani registi che fanno i loro soldi presto. Quando l’ho fatto io, no. Quando ho fatto il primo film, avevo 27 anni. Quindi, ero veramente una mosca bianca. Poi, sicuramente, tutta la serie di Fantozzi. Faccio di tutta l’erba un fascio. Poi, i film di Natale sono stati un’esperienza, oltre che professionale, anche di vita. Ho girato il mondo. Ho vissuto per tanti mesi fuori. Quando si fa un film in un paese, dico l’India per dirne uno, non è che uno va lì un mese, gira e va via. No, deve andare lì e stare sei mesi. Quindi, stare sei mesi in India, in Egitto, in Sudafrica, significa conoscere anche la gente e lo spirito del paese. Insomma, belle esperienze.”

Cos’è per lei la comicità e che significa per lei regalare una risata?

Comicità è far ridere! C’è chi ce l’ha innata e c’è chi la costruisce. La risata è liberatoria. Si ride sempre meno, quindi quelle poche volte in cui si ride sicuramente fa bene. Ormai, tanta gente al cinema non ci va più. La sala era contagiosa nell’ilarità. Ricordo sale in cui mille persone ridevano insieme. Adesso, ci sono sempre quattro gatti e le risate si disperdono. ”

Il suo ricordo più bello?

La nascita del primo figlio. Stavo lavorando su una nave a Barcellona, mi hanno preso con un elicottero, mi hanno portato in clinica e la notte mi hanno riportato sulla nave. Un ricordo indelebile, anche perché ho paura dell’elicottero.”

Com’è cambiata la comicità italiana?

Guarda, il cambiamento della comicità va su due binari. Uno è quello che succede in quel momento, per cui vai dietro a dei fenomeni di costume che ci sono sui giornali. I comici si fanno leggendo i giornali, soprattutto i giornali di provincia, perché lì vai a scovare delle cose che poi con la fantasia elabori, e il secondo sono gli interpreti. Nel senso, c’era Villaggio 20 anni fa ed oggi c’è Zalone. Chiaramente, c’è differenza nell’interprete, perché oggi, di solito, soprattutto la nuova generazione di comici, porta molto del suo chiamiamolo repertorio. Un tempo, si scriveva un film comico e lo interpretava Tognazzi, piuttosto che Gassman, piuttosto che Manfredi. Oggi, in realtà, il film è di Zalone, di Ficarra e Picone. Questo va a cambiare negli anni.”

Cosa la colpisce di una sceneggiatura?

“Io le scrivo, Le ho sempre scritte in tutti i miei film. Cerco di capire quanto colpisce un altro, perché tu ci sei talmente tanto dentro e ti sembra o tutto bello o tutto brutto. Poi, lo devi far leggere a qualcuno di cui ti fidi. E’ più facile avere un giudizio esterno, piuttosto di chi c’è stato tre mesi a lavorare. E’ come il montatore. Quando fai un film, il montatore deve essere spietato. Se per fare una scena hai faticato tantissimo, sei emotivamente coinvolto e non la vorresti tagliare mai. Invece, è quello che ti frega. Così vale per la sceneggiatura. La devi far leggere ad un critico spietato che ti dice quello che non va.”

Prossimi progetti?

“Faccio un film sugli chef!”.

C’è qualche indiscrezione che può svelarci?

“No, non posso svelarla perché siamo ancora in trattativa con degli attori. Finché non li abbiamo tutti, non diciamo niente.”

Quindi c’è l’idea di portare nelle sale cinematografiche un cinepanettone? Ce lo aspettiamo?

“Si, magari lo chiameranno “CineCucina”.”

A proposito dell’incontro “CineIncontrimoci”, come ha accolto l’invito di Mattia Scaramuzzo?

“Col telefono. (Sorridendo). Non ero mai stato ad Acri. Non la conoscevo per niente. Chi è un personaggio pubblico, dovrebbe andare nei posti a parlare e conoscere un mondo, molto meno misterioso e semplice di quel che sembra dall’esterno. Penso che tutti gli artisti dovrebbero farlo. Il problema è che, a volte, non c’è il tempo. Nel caso di Mattia, ci conosciamo da tantissimi anni. E’ un amico a distanza, per cui sono venuto molto volentieri.”

Il segreto del suo successo?

“La brevità delle interviste. (Scoppiamo in una fragorosa risata).”

Un’ultima domanda. Un consiglio che vuole dare ai giovani che vogliono approcciarsi al mondo del cinema?

“Intanto di capire se hanno talento. Il talento ci vuole. Non c’è nulla da fare. In qualsiasi cosa. Anche nel fare il falegname ci vuole talento. Oggi, credo ci sia un certo tipo di facilità nel promuovere le proprie capacità: il telefonino, il web. Per cui, probabilmente, cercare di fare qualcosa, per chi non frequenta i luoghi canonici, e di mettere in giro delle cose cosicché qualcuno possa vederle e, in qualche maniera, promuoverle e incuriosirsi. Penso a molti fenomeni come The Pills, The Jackall. Il problema è la “pensatura”. Mi spiego meglio. Sono video brevi, invece il racconto cinematografico è ampio. Questi fenomeni con milioni di followers, una volta passati a fare il racconto lungo non vengono visti. E’ una fidelizzazione di questo tipo. Al dodicesimo minuto, i miei figli vogliono andare da un’altra parte. Quindi, l’autore deve avere l’occhio lungo. Un gran segreto non c’è. Ci vuole anche fortuna, altrimenti non vai da nessuna parte.”

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