Intervista a Blandine Rinkel, autrice di “Nessuna pretesa”

L’esordio narrativo di Blandine Rinkel, scrittrice e musicista del collettivo Catastrophe, è una storia sulle infinite possibilità e sulla ricchezza degli incontri.
0
461

Nessuna prestesa”, candidato al premio Goncourt, è il romanzo di esordio di Blandine Rinkel edito da Enrico Damiani Editore, elogiato da “Le Monde”e ben accolto dal pubblico francese.

Ventisei anni, laureata in lettere, scrittrice e musicista, Blandine è autrice di un libro autobiografico, una storia di incontri che indaga il rapporto tra l’autrice e sua madre Jeanine. “Che cos’è una vita di successo?” è una delle numerose domande che Jeanine appunta sui post-it rosa ai quali affida le sue riflessioni. Per la figlia quei foglietti costituiscono un materiale cui attingere per decifrare quel grande enigma che è la vita di sua madre, insegnante di inglese in pensione, che riempie le sue settimane di attività e piccoli impegni passando dal corso di arabo alla moschea, al volontariato presso associazioni benefiche. La sua incontenibile curiosità per le vite degli altri la porta a ricercare, nelle situazioni e nei luoghi più disparati, un contatto con le persone che incontra, specie se sofferenti, emarginate, disadattate. La sua nuova vita è continuamente esposta all’imprevisto e all’incontro fortuito (immigrate spagnole, un manovale ricercato per violenza coniugale, una russa che non riesce a imparare il francese) che a volte la mettono in situazioni pericolose. Ma a Jeanine non importa, perché cos’è la vita, se non un dono da offrire a chi ne ha più bisogno?

Jeanine, una donna stravagante e umorale. Oculata ma generosa, vuole sempre aiutare gli altri ma s’irrigidisce, fino a diventare sgradevole, quando sono gli altri a chiederle aiuto. Toglie paletti ma costruisce argini, perché gli incontri di cui vive sono con persone non certo comuni: emarginati, delinquenti, artisti, creativi della vita senza regole e inibizioni. E Blandine, che ascolta, indaga, legge i post-it e s’interroga, racconta questa madre estrosa e mai banale, con occhio impietoso ma altrettanto carezzevole, come una figlia che guarda la madre, senza alcuna pretesa.

Una carriera iniziata con un’autobiografia. Perché?

Il libro non è un’autobiografia, è un ritratto di una donna di sessantacinque anni che vive da sola a Rezé – e che sembra essere mia madre. Non è un libro su di me, per non parlare della mia vita. Inizialmente, volevo scrivere la storia con un narratore esterno, per rendere Jeanine un personaggio a pieno titolo però mi sembrava quando scrivevo, che la scrittura fosse più accurata prendendo il rischio di presumere che fosse mia madre. Ciò che mi interessava, tuttavia, non era il nostro rapporto, ma le sue relazioni con le cose e con gli altri; gli estranei, la sua classe di origine popolare, la città media in cui vive ed anche sua figlia. Scrivere di persone che esistono e che contano deve raddoppiare la loro attenzione per non essere né compiacenti né dolorosi, per ripristinare la singolarità dei vivi – non cambiare l’umano in un concetto. La realtà toccante mi ha costretto qui a onorarne la complessità”.

A chi si rivolge “Nessuna Pretesa”?

A tutti coloro che provano un senso di estraneità verso il loro ambiente, i loro cari, la loro città, senza dubbio. A chi ama i puzzle insignificanti”.

Quali sono state le difficoltà che hai incontrato durante la stesura del libro, dal punto di vista pratico e del contenuto?

Il libro è stato scritto in modo piuttosto fluido, a dire il vero. Sono piuttosto i dieci anni di tentativi di scrittura prima di questo romanzo che sono stati difficili, ma questo è normale credo, si deve fallire e ricominciare mille volte. C’è una citazione di Marguerite Duras che mi accompagna da sempre che dice: “Se sapessimo qualcosa su ciò che avremmo scritto, prima di farlo, prima di scrivere, non scriveremmo mai. Non ne varrebbe la pena”. Bene, in concreto, come difficoltà c’era naturalmente la domanda del narratore, la questione della distanza dal mio personaggio, quali nomi cambiare, dove rivelare l’intimità, come conservarlo, ecc.? Nel libro la distanza cambia costantemente, è stato un puzzle, ma davvero un bel puzzle perché ho capito la posta in gioco”.

Cosa spinge Jeanine a connettersi con persone che soffrono, disadattate ed emarginate?

La curiosità in primo luogo. Anche la solitudine: essere una donna single in pensione in una cittadina media senza un centro città. E poi un’altra cosa, scoperta da scrittrice: il fatto che sia nata in Bretagna, in una famiglia molto povera, che parlava solo bretone. Jeanine ha sempre avuto un complesso nei confronti dei francesi-francesi, che sanno dov’è il loro posto, quale sia la loro lingua e la propria famiglia. Una sorta di stranezza nello sguardo (torniamo ad esso), così che lei condivide volentieri con persone per le quali la Francia non è nemmeno un fatto evidente. Sembra incatenare gli incontri come mentre si cammina in un labirinto di specchi deformati”.

Si dovrebbe scrivere un libro su ognuna delle persone a noi più chiare per comprenere, di pagina in pagina, quanto le amiamo”. (Blandine Rinkel)