Lezioni d’Arte gratuite: Il Giovane Favoloso. Raffaello da Urbino e il Segreto di Manet.

Troppo fascinoso, troppo abile, troppo disponibile, troppo virtuoso, troppo bello, troppo affabile, troppo galante, troppo geniale, troppo incommensurabilmente eccelso: in una parola, Troppo.
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1588

Sin dall’inizio – o quasi – della sua folgorante e brevissima esistenza terrena, che coincide quasi esattamente con la sua carriera d’artista, Raffaello Sanzio da Urbino, figlio del mai abbastanza considerato ed apprezzato pittore Giovanni Santi, artista di fiducia del sommo Duca Federico da Montefeltro, Signore del raffinato principato marchigiano che irradierà arte e cultura in tutta l’Italia del Rinascimento, apparve agli occhi di contemporanei e posteri come un mito ed un modello umano inarrivabile; anzi, più che umano.

Raffaello Dio Fra i Mortali

Giorgio Vasari, autore del celeberrimo compendio biografico Vite de’ più Eccellenti Pittori, Scultori et Architettori da Cimabue insino ‘a giorni Nostri afferma, con retorica ammirazione, che un individuo che aduni in sé tali e tante rare doti, può veramente esser definito un Dio fra i Mortali. Giovan Paolo Lomazzo, un eccentrico pittore lombardo autore di trattati, ampiamente saccheggiato da Vasari e da cronisti contemporanei, sostiene che Raffaello aveva nel volto quella bellezza e nobiltà di tratti che tutti i più eccellenti pittori rappresentavano nel Nostro Signore, il conte Pandolfo Pico della Mirandola, annunciando in una missiva a Isabella d’Este, duchessa di Mantova, la prematura scomparsa del giovane artista, afferma che nel cielo oscurato apparvero gli stessi segni che avevano accompagnato la morte di Cristo, mentre nei Palazzi Vaticani s’aprivano profonde crepe e il pontefice fuggiva atterrito nei suoi appartamenti privati.

La sorprendente fatalità, poi, che Raffaello fosse venuto a mancare il giorno stesso della sua nascita, il Venerdì Santo 6 aprile 1520, contribuì a diffonder la leggenda che l’artista fosse morto a soli 33 anni, come Nostro Signore, anche se ne aveva in realtà 37, instaurando durevolmente nell’immaginario collettivo – sempre avido di giovani eroi strappati anzitempo alla Vita – il mito giunto sino a noi del Giovane favoloso che aveva saputo illuminare per un attimo l’Eternità.

Ma il maestro urbinate continuerà davvero – in più concrete e assolutamente sorprendenti modalità – ad influenzare l’Arte sino ad oggi, anche in opere moderne del tutto distanti ed aliene – almeno in apparenza – dal suo mondo e dal suo stile, come accadrà con un’autentica icona, celeberrima e irriverente, della pittura di fine Ottocento.

Edouart Manet: Colazione sull’Erba

Scandalosa nella posa della protagonista femminile, inaccettabile nel tema, che faceva il verso alle rassicuranti tele borghesi d’inizio Ottocento, la famigerata Colazione sull’Erba di Edouard Manet, realizzata nel 1863 e proposta – con straordinaria temerarietà – al Salon dello stesso anno, ebbe un’immediata risonanza che definiremmo mediatica ante litteram, e nonostante l’indignato rifiuto della giuria ufficiale, conquistò a tal punto l’imperatore Napoleone III da spingerlo a crear per essa uno spazio espositivo autonomo: il cosiddetto Salon-Annexe che passerà alla Storia come il Salon de Refusés, dove ogni giovane artista ribelle si farà vanto, da allora in poi, d’aver esposto.

Olympia come la Venere di Urbino

La sensuale Victorine Meurent, eterna modella di Manet e protagonista appena un anno dopo dell’altrettanto impudica Olympia, egualmente condannata dai benpensanti dell’Accademia, fissava con ostentata intensità gli spettatori, mentre il suo opulento corpo nudo, d’un candore d’avorio, contrastava incongruamente con i suoi compagni d’ozi campestri perfettamente vestiti secondo la moda dell’epoca, e del tutto indifferenti alla sua nudità.

Nessuno s’accorse che l’Olympia era esplicitamente modellata sulla posa della celeberrima Venere di Urbino dipinta da Tiziano nel 1538, come nessuno dei malevoli critici contemporanei comprese che Manet aveva fatto un altro omaggio, secondo il suo stile, ad un altro mito dell’arte rinascimentale, omaggio pressoché obbligato per un giovane artista come lui che pure s’era formato sui grandi maestri del Passato, nei saloni del Louvre.

L’arte che si ribella

La posa della modella in primo piano e dei suoi accompagnatori era perfettamente ricalcata su quella – analoga – d’un gruppo di divinità fluviali in una raffinata composizione di Raffaello: un Giudizio di Paride a tutt’oggi perduto ma a noi ben noto tramite una superba incisione del bolognese Marcantonio Raimondi, amico e collaboratore  dell’artista urbinate e maestro indiscusso di rami e bulini. L’ambientazione stessa – in un raccolto scenario d’acque e d’arbusti – era esplicitamente ripresa dal prototipo raffaellesco, in un gioco allusivo di rimandi alla grande arte del Passato interpretata come stimolo dinamico e non come eredità inamovibile e raffrenante.

Ancora una volta, il Giovane Favoloso, il geniale e mai retorico Raffaello da Urbino aveva saputo seminare, nell’immaginario dei posteri più audaci, il valore – autentico e davvero trasgressivo – di un’Arte che si ribella, vittoriosamente, alle pastoie della più estenuata convenzionalità.