Lezioni di Arte con il Prof. Vittorio Maria De Bonis: Michelangelo Buonarroti, Genio Ribelle a Roma

‘Con Lui non si Puote Trattare’
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Tormentato e dolente, introverso e sospettoso, intrattabile e solitario, anaffettivo e mai riconoscente, ossessionato da un’irraggiungibile perfezione umana, specchio e metafora di quella divina, ribelle ad ogni autorità costituita che abbia l’aspetto del dogma, ma tenacemente animato da una fede rabbiosa che riscatti le colpe e il peso della carne,  titanico nella creazione d’arte quanto piccolo e meschino nel quotidiano dell’esistenza: così appare – in sconcertante contrasto con la leggenda di sovrumana genialità – il titanico Michelangelo Buonarroti, letteralmente scolpito, a lettere di fuoco, dall’irosa replica del pur ferrigno pontefice Giulio II della Rovere: Con Lui non si puote trattare.

Destinato ad entrare nella leggenda degli artefici del Rinascimento e nella mitologia della scultura, figlio di quell’irripetibile stagione d’arte al servizio della politica che è la Firenze di Lorenzo il Magnifico, per poi – alla morte del suo inimitabile mecenate – trasformarsi in fiero avversario della famiglia di banchieri, Michelangelo attraversa trionfalmente la storia della cultura e del gusto, tanto architettonico quanto pittorico, assurgendo ad autentico padre dei Moderni che non conosce tramonto alcuno sulla sua opera e sui suoi capolavori.

Ma anche per lui sarà la Roma papale, la Roma dei raffinati ed avidi collezionisti dell’Antico – alti prelati ed eruditi umanisti della corte pontificia – e la folgorante scoperta delle memorie scultoree della capitale dei Cesari a segnare, come sarebbe accaduto di lì a poco per il giovane Raffaello Sanzio suo contemporaneo e rivale, un punto di non ritorno nella sua formazione artistica.

Poco più che ventenne, Michelangelo approda a Roma in cerca d’una ribalta più ampia e – in certo qual modo – non ancora troppo inflazionata di talenti, dove far conoscere ed apprezzare le proprie qualità, e vi giunge a seguito d’una leggendaria truffa, che lo vede, suo malgrado, involontario protagonista.

Autore d’un raffinato Cupido Dormiente in marmo di squisito gusto archeologico, ma difficilmente accettabile e soprattutto smerciabile nell’austero clima della Firenze dominata dal Savonarola, il giovane artista viene convinto – dal nipote stesso di Lorenzo il Magnifico – a  tentarne  la vendita  a Roma, sempre bramosa di pezzi archeologici d’eccellenza, spacciandolo per un reperto antico – previo invecchiamento con terra e sterco – tramite  un intermediario di fiducia che lo proporrebbe al più fanatico degli estimatori nell’Urbe: il Cardinal Raffaele Riario, nipote di Sisto IV della Rovere e proprietario d’una superba residenza in stile classico, poi passata alla cancelleria Apostolica e da allora chiamata Palazzo della Cancelleria.

Nel suo fastoso scrigno architettonico, il cardinal Riario custodisce una superba collezione di busti ed effigi marmoree che non ha eguali nella città dei papi, e quel magnifico Cupido potrebbe esser un’ulteriore gemma nella sua collezione, ma la spropositata cifra versata dall’illustre porporato senza batter ciglio finisce solo in minimissima parte nelle tasche del giovane scultore che, venutone a conoscenza, si decide a svelar la frode, indignato. Scoperto l’inganno, il cardinale pretende indietro i suoi soldi ma chiede anche di poter conoscere l’autore di quell’opera straordinaria e decide d’invitarlo, con severa benevolenza, a Roma, per farlo lavorare al suo servizio, commissionandogli, dopo una reprimenda d’obbligo e l’invito a soggiornar presso di lui, una grande statua di Bacco Ebbro che il giovane scultore eseguirà fra 1496 e 1497.   

Arruolato nella piccola e raffinata corte di artisti di talento che gravitano attorno al cardinal Riario, e introdotto ai tesori d’arte che affollano una delle più complete raccolte di statuaria ellenistico-romana allora disponibile in Europa – quasi un’enciclopedia spettacolare del miglior stile della classicità – il ventenne Michelangelo saprà affinare il suo gusto ed ispirare il suo stile, sempre mantenendo, però, un’assoluta autonomia anche da quei modelli prestigiosi che rappresentavano ben altrimenti, per la quasi totalità degli scultori dell’epoca, un esempio autorevole e pressoché immodificabile.

Appena un anno dopo, nel 1498, a soli ventitré anni, sempre grazie all’appassionato interessamento del Riario, suo mentore ormai ed entusiastico mecenate, l’artista avrà la commissione scultorea che cambierà radicalmente la sua vita, e – insieme – l’intero corso della scultura europea.

L’anziano e potentissimo cardinale Jean de Bilhères, abate di San Dionigi e ambasciatore del re di Francia Carlo VIII presso la corte pontificia di Alessandro VI Borgia, aveva richiesto a Michelangelo, per la cappella di sua proprietà in San Pietro dove aveva stabilito d’esser sepolto, secondo i termini del minuzioso contratto stipulato nell’agosto di quello stesso anno una Vergine Maria vestita, con Cristo morto in braccio, un tema d’intensa drammaticità particolarmente caro al mondo nordico e sviluppato soprattutto da artisti gotici franco-tedeschi e fiamminghi, sia in pittura che in scultura, ma di scarsissima diffusione nell’arte italiana, soprattutto in gruppi marmorei di proporzioni monumentali com’era previsto fosse quello richiesto all’artista toscano.

Ma il giovane scultore saprà innovare radicalmente la cristallizzata iconografia della tradizione nordeuropea, sovvertendo con la lezione degli antichi e la dolente attualità d’una tormentata devozione il modulo codificato, dando alla luce e consegnando all’ammirazione di contemporanei e posteri una creazione a un tempo spettacolare, intima e virtuosistica che continua a sfidare, col pathos e la sapienza d’un interprete impareggiabile, tutti i canoni della Bellezza umana e divina insieme.