Leonesse di Sicilia: l’ultima Regina i Palermo fra arte, mito e mondanità

Sublimemente alta, snella, flessuosa, ondeggiante… Ella è bruna, dorata, aquilina e indolente. Un’essenza voluttuosa, volatile e penetrante, emana dal suo corpo regale.
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A poche ore dalla prematura scomparsa di Costanza Afan de Rivera Costaguti, tenace ed appassionata figlia di Giulia Florio e nipote dell’iconica Donna Franca Jacona Albamonte della Motta di San Giuliano, sposata a quell’Ignazio Florio junior che vide e promosse  gli ultimi fasti e l’amaro tramonto della più colta e innovativa dinastia industriale isolana fra Otto e Novecento, è quasi d’obbligo ripercorrere, fra arte, mondanità, naufragi, splendori e sventure la saga familiare di quella che fu davvero – a tutti gli effetti – l’ultima regina nella Palermo della Belle Epoque.

Sublimemente alta, snella, flessuosa, ondeggiante… Ella è bruna, dorata, aquilina e indolente. Un’essenza voluttuosa, volatile e penetrante, emana dal suo corpo regale.

Ella è svogliata e ardente, con uno sguardo che promette e delude…

Non può che deludere ogni smania di conquista e di possesso, colei che si è consacrata al più fascinoso e conteso scapolo della Sicilia tutta, facoltoso e spregiudicato discendente d’una famiglia di spezieri ed aromatari calabresi, trasferitisi fra 1772 e 1776 a Palermo dalla natìa Bagnara Calabra ed in breve giro d’anni trasformatisi in imprenditori geniali e finanzieri baciati dal successo, ed anche se a celebrarne fascino e sensualità inarrivabili è l’immaginifico Gabriele D’Annunzio con epiteti sognanti, Donna Franca continuerà – per tutta la sua vita di splendori e sofferenze – a rimaner fedele ad un marito quale Ignazio Florio che farà, dei suoi troppi tradimenti con celeberrime attrici, soubrette e cortigiane da cronaca mondana, il suo vanto ed il suo capriccio d’autentico maschio siciliano. 

Gl’interminabili titoli nobiliari – Donna Franca discende da quel Guglielmo d’Albamonte, Signore della Motta che sarà uno dei tredici, leggendari campioni italiani della Disfida di Barletta – non vanno di pari passo con le ormai estenuate sostanze della pur secolare famiglia d’origine, ma il matrimonio, inizialmente osteggiato dal padre di lei per la pessima fama di donnaiolo impenitente del futuro sposo, coronerà purtuttavia un genuino sogno d’amore che unisce una gentildonna di straordinaria cultura e avveduta intelligenza ad un brillante industriale d’ambizioni internazionali.

Ed è esattamente questa la mira dell’aristocratica coppia da gazzetta illustrata: rendere Palermo sempre più europea ed internazionale, per far da traino a quell’auspicata rinascita dell’economia e della cultura isolana che l’ultimo dei Florio persegue con tenace e visionaria ambizione, supportato ed ispirato dal sapiente ruolo di promotrice e testimonial ante litteram di Donna Franca, con uno spirito sorprendentemente democratico, in contrasto con le grettezze ed il conservatorismo atavico della nobiltà non solo siciliana ma europea.

Basti pensare alle tante e rivoluzionarie attività filantropiche promosse dalla coppia, dalla creazione di una scuola per le giovani lavoratrici analfabete della Società Tessile Florio al fondo assistenziale per gli operai bisognosi, dall’Istituto dei Ciechi – primo del genere ad esser inaugurato in Italia – agli asili nido all’interno delle aziende di famiglia, senza mai trascurare la promozione culturale ed artistica dei migliori talenti isolani che porterà Ignazio a completare il Teatro Massimo, il più grande teatro lirico d’Italia ed il terzo in Europa , dopo l’Opéra di Parigi e lo Staatsoper di Vienna, con le raffinate architetture di Ernesto Basile e la fondazione del quotidiano l’Ora diretto da Edoardo Scarfoglio, con gli editoriali di D’Annunzio e dei più celebri intellettuali e scrittori di grido, fino alla creazione del primo e più moderno Albergo d’Italia, ideato appositamente per attrarre una facoltosa clientela internazionale d’ereditieri e teste coronate in grado di dar lustro e notorietà a Palermo ed all’isola: il Villa Igiea, il cui raffinato allestimento è personalmente seguito da Donna Franca, con sicuro gusto e infallibile talento, ed alla cui inaugurazione – il 19 dicembre del 1900 – saranno presenti i giornalisti delle più quotate testate internazionali, dal Daily Mail al New York Times, da le Figaro al Corriere della Sera.

Ma un simile profluvio d’impegni mondani e di ininterrotto mecenatismo non saranno sufficienti a fra tacere lo strazio e le sofferenze della vita familiare di Donna Franca: la morte per tisi della primogenita Giovanna, a soli nove anni, la scomparsa dell’adorato erede maschio della dinastia, il piccolo Ignazio, sul quale si concentravano le attese e le ambizioni del padre, ad appena tre anni d’età – probabilmente per un eccesso di laudano somministratogli dalla bambinaia che non voleva esser disturbata dalle richieste del piccolo durante un convegno d’amore – ed infine la morte della terzogenita Giacobina a poche ore dal parto, diverranno per Franca Florio una tragica eredità con la quale convivere, ma che non riuscirà a spezzare l’indomita fibra della sola Regina di Palermo e che passerà trionfalmente nella figlia Giulia e nella nipote Costanza.

Lo stupefacente ritratto di Giovanni Boldini, che conoscerà dal 1901 al 1924 ben tre adattamenti, dall’iniziale, sontuoso abito in velluto di seta nero intagliato di Worth – il suo stilista preferito – oggi custodito al Museo del Costume di Firenze, all’abito charleston del 1918 fino alla definitiva redazione del 1924 che non potrà esser acquistata dal committente per il subentrato, definitivo tracollo delle finanze della dinastia, diverrà quasi il presagio d’un destino di fasti e dissoluzione che pure non corrompono la magnifica epopea della famiglia, e non inquinano il carisma di Donna Franca.

I suoi leggendari gioielli, compresa la celeberrima collana di 365 perle di straordinaria grandezza e purezza, lunga sette metri ed effigiata con sapiente accuratezza da Boldini nel quadro già citato, il superbo collier con magnifiche perle creato in esclusiva da Cartier e raffigurato dal pittore Ettore De Maria Bergler in un raffinato ovale conservato a Villa Igiea, gli orecchini e le spille Lalique, vanto della gentildonna ed autentico prototipo d’oreficeria, saranno da lei tutti venduti per sanare i debiti della famiglia, con una determinazione nobile e stoica insieme, che la nipote Costanza era solita rammentare come testimonianza del carattere risoluto e abnegato dell’ava.

E in un universo tiranneggiato dal web dove tutto si consuma in una fittizia manciata di like, dove sembra contare solo la grancassa mediatica d’una fama presto conquistata ed altrettanto rapidamente svanita,  dove ricchezza ostentata e prosaico potere si combinano in un teatrino di saltimbanchi grotteschi, Donna Franca Florio giganteggia con serena e dolente poesia, invincibile nella sua accorata bellezza, incrollabile nella sua straziata tenacia, che né il Tempo né gli Uomini potranno mai oscurare o confinare nell’Oblio.