Eterno come l’amore, indomabile come la passione, fatale come la morte: il diamante fra Arte, Moda e Storia

“Fede e Amore, Lealtà e Passione, Coraggio e Giustizia hanno assunto di volta in volta la forma simbolica e l’immagine fisica della pietra preziosa per antonomasia”
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Emblema assoluto della purezza e incorruttibilità delle più nobili fra le passioni umane, sacre o profane che siano, migliori amici d’ogni ragazza secondo le proverbiali parole di Marilyn Monroe, ossessione ancestrale d’Oriente e Occidente sin dai tempi più remoti, sino ad incantare imperatori romani e aristocratiche bizantine, il diamante conserva intatto il suo arcano potere di seduzione proprio perché incarna, da sempre e senza barriere di tradizioni o civiltà, il più atavico e immediato dei desideri, imperativo biologico prima ancor che culturale: la conquista dell’eternità; la promessa d’una durata che sfidi il Tempo e ne sovverta i limiti, in un definitivo abbraccio di presente e di futuro.

Quanto più la precarietà del destino e la caducità del mondo terreno hanno ossessionato ciclicamente l’uomo, tanto più questo ha ricercato nella serena inscalfibilità dei diamanti, nella loro splendente maestà, refrattaria ad ogni aggressione terrena o celeste, il sogno di un’eternità possibile  anche nel regno dei mortali, trasferendo nel fuoco della più preziosa delle gemme tutti i valori più alti distillati dallo spirito umano. Fede e Amore, Lealtà e Passione, Coraggio e Giustizia hanno assunto di volta in volta la forma simbolica e l’immagine fisica della pietra preziosa per antonomasia, contribuendo a decretarne il potere quasi magico, e l’aura di leggenda.

Dall’alba della Storia, il valore idealmente inarrivabile dei diamanti, e la loro proverbiale luminosità, hanno messo a dura prova il talento e l’abilità professionale di orefici e maestri gioiellieri, all’inizio incapaci di lavorare una gemma di così sconcertante durezza e obbligati ad incastonarla, dall’età ellenistico-romana al primo Rinascimento, nella forma ancora grezza di ottaedro naturale, sostanzialmente una doppia piramide congiunta per la base; la stessa morfologia che contraddistingueva quelle pietre grezze che avevano incantato gli antichi greci per loro potere di resistere al fuoco e intaccare l’acciaio, meritandogli il doppio nome di Adamas, indomabile e Diafanes, trasparente.

Privi ancora dell’attuale taglio a 58 facce, in grado d’esaltare al meglio la spettacolare luminosità del loro reticolo cristallino,  gli antichi diamanti appaiono quasi neri agli occhi degli osservatori contemporanei, per il loro riflettere interamente la luce incidente senza poterla rifrangere al loro interno, ed ecco perché il sontuoso collare indossato da Enrico VIII e le gemme intessute nelle maniche del suo giubbone in seta damascata e filo d’oro, nel celeberrimo ritratto di Hans Holbein il Giovane, ancor oggi custodito a Roma nella sala appena allestita della Galleria d’Arte Antica di Palazzo Barberini, appaiono sorprendentemente nere nel magnifico dipinto del maestro tedesco.

Ancora neri come l’onice vengono ritratti i diamanti del collier dipinto da Tiziano indossato da Eleonora Gonzaga, Duchessa di Urbino, ma di lì a poco il loro naturale splendore trionferà senza eguali, quando i primi orafi veneziani inizieranno a levigare con la stessa polvere di diamante la cuspide della gemma, compiendo così il primo passo verso la moderna sfaccettatura che libererà definitivamente i bagliori latenti della regina delle pietre naturali.

Sarà l’inizio d’uno spettacolare cammino, insieme tecnologico e squisitamente artistico, che porterà sovrani e regine, aristocratici e borghesi, pontefici e despoti locali a creare, letteralmente, la mitologia del Diamante e dei suoi poteri taumaturgici e ideali, che s’avviano a diventare l’autentica ossessione del mondo preindustriale. La scoperta dei giacimenti brasiliani, all’alba del Settecento, lungo il corso del fiume Jequitinhonhas, a oltre 500 chilometri da Rio de Janeiro, e la casuale scoperta, nel 1866, dei primi diamanti sudafricani, porterà milioni di gemme a popolare sogni ed incubi d’uomini e donne di ogni classe sociale, mentre geniali artisti come Andy Warhol, con olimpica indifferenza al loro valore intrinseco e assoluta genialità, useranno la polvere di diamante per impreziosire tele che raffigurano, come Diamond Dust Shoes del 1980, un altro feticcio della modernità, un insieme di décolleté da sera  ritratte in serigrafia.

L’alchimia assolutamente casuale delle forze della natura primigenia  combinate insieme, pressione d’oltre 50.000 atmosfere, temperatura di 1200 gradi e abissale profondità fino a 200 chilometri nel cuore della terra, non aveva mai prodotto, grazie al sogno ed all’avidità visionaria degli uomini, un risultato più durevole e più spettacolare.