I misteri legati alla vita di Coco Chanel in un nuovo volume scritto da Roberta Damiata “Coco Chanel. Unica e insostituibile”. L’intervista all’autrice.

Un intervista in esclusiva a Roberta Damiata, autrice di “Coco Chanel. Unica e insostituibile”
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Chanel oggi è simbolo di lusso, di quell’estetica francese sempre appropriata, di “less is more”, di salotti aristocratici, fili di perle e completi in tweed.

Ma quando indossiamo la nostra 2.55 trapuntata pagata un occhio della testa, non dobbiamo dimenticare che Chanel è il primo e vero simbolo di “women empowerment” in un epoca nella quale le rivoluzioni del femminismo erano ancora ben lontane.

Bianco/Nero, ombre/luce: i misteri di Coco Chanel

L’accostamento di bianco e nero è uno dei canoni stilistici che definisce l’essenza di Chanel. Allo stesso modo, la vita della stessa designer è un mix di luci e ombre. Di statement e di verità nascoste. La giornalista Roberta Damiata, autrice del volume “Coco Chanel. Unica e insostituibile”, attraverso il suo minuzioso lavoro di ricerca, ci racconta aneddoti della vita di Chanel: dagli amori, alle relazioni con personaggi facoltosi. Dalle geniali intuizioni di marketing ai legami con il nazismo. Dall’infanzia in orfanotrofio, alle gocce di Chanel n.5 sul collo. Noi di Fashion News Magazine abbiamo avuto il grande piacere di intervistarla in esclusiva e di farci raccontare qualche curiosità su questa grandiosa donna che ha rivoluzionato la moda nel ‘900.

Intervista a Roberta Damiata

Bianco/nero, il jersey ed il tweed, la catena attraversata da un nastro di pelle, le borse trapuntate. Uno stile evergreen che ha attraversato il ‘900 ed è più che mai attuale. Cosa rende ancora oggi l’estetica ed il concept Chanel così desiderato dalle donne?

Coco Chanel ha iniziato la sua avventura nella moda da giovanissima realizzando cappelli, su esempio della stessa zia. Dalla sua infanzia in orfanotrofio apprese l’arte del cucito e, paradossalmente, detestava farlo! Solo quando la zia le mostrò i cappelli che realizzava con il feltro, Coco riuscì a comprendere il potenziale e la bellezza della creazione moda. Da lì, dunque, si dedicò alla produzione di piccoli cappelli da cui tutti rimanevano affascinanti. In un momento dove questi accessori erano carichi di elementi, Chanel ebbe la lungimiranza di semplificare forme e strutture che facevano rimanere senza fiato chiunque le vedesse. Questa sua propensione, il suo tocco magico, continua tutt’oggi a far innamorare le donne. La sua eredità stilistica è stata portata avanti prima da Karl Lagerfeld e, adesso, da Virginie Viard. Il punto focale dello stile Chanel è andare “oltre” ma nell’estrema semplicità.

L’autrice, Roberta Damiata

Nel suo libro vengono alla luce tanti episodi, misteri e aneddoti sulla straordinaria figura di Mademoiselle Coco. Ci può raccontare qualcosa della sua relazione con il geniale compositore Igor Stravinsky?

Quella con Stravinsky è una storia un po’ particolare che ho avuto modo di narrare nel dettaglio in una parte del libro. Molti storici e biografi erano certi che fra i due ci fu una storia d’amore, come narra anche il film. La verità è che era Stravinsky ad impazzire d’amore per lei, ma non viceversa. In quel periodo, il famoso compositore viveva in estrema povertà. Era sposato, ma la moglie era gravemente malata. Chanel invitò l’intera famiglia a vivere con lei nella sua villa ed in quella circostanza fra i due vi fu un’avventura. Consideriamo anche che quella specifica epoca era caratterizzata da una certa libertà sessuale, dunque non vi era una particolare trasgressione in questo flirt con l’autore de La Sagra della Primavera. 

Più controverso è il legame di Chanel con il nazismo. Secondo alcune fonti la stilista  sarebbe stata una spia dell’intelligence tedesca…

Nel libro ho affrontato questo delicato argomento dividendolo in due parti: nella prima riporto ciò che viene trasmesso dalle biografie ufficiali e dalla stessa Chanel fino al 1972; nella seconda, racconto i dettagli che emersero successivamente. È probabile che Coco fu un’inconsapevole spia nazista. Questo ruolo scaturisce dalle sue relazioni personali, in quanto, all’epoca, Chanel aveva una relazione con alto ufficiale della Gestapo, il barone Hans Gunther von Dincklage che secondo alcuni era una spia nazista molto vicina al fuhrer. Eppure, il tentativo di Chanel di porre fine al secondo conflitto mondiale fallì miseramente. Lei venne addirittura arrestata e rilasciata grazie all’interessamento di Winston Churchill, di cui era molto amica.

Su questa scia non possiamo non parlare dell’antisemitismo di Coco Chanel, da lei stessa dichiarato apertamente…

Non ci sono elementi storici che ci permettono di avere una visione chiara su questo argomento. Teniamo sempre a mente che gli orrori della guerra vennero alla luce solo alla fine del secondo conflitto mondiale. Chanel viveva in una posizione di privilegio quindi, al tempo, non avrebbe potuto comprendere cosa significasse antisemitismo. Le sue idee politiche erano sempre influenzate da quelle dei suoi legami personali

Ci può raccontare della sua ricerca per la stesura di questo volume? Da dove parte questa avventura? Quanto tempo ha richiesto?

Lo studio e la stesura di questo volume hanno richiesto quasi un anno di lavoro. Sono rimasta sorpresa io stessa: manmano che mi documentavo ho notato quanto l’argomento fosse vario e vasto. Sono tanti gli aspetti di Chanel sui quali poter approfondire: la sua intraprendenza con il marketing, la sua vita da spia nazista, l’infanzia in orfanotrofio, il suo essere una donna fuori dal comune ed amante dell’arte (e le sue amicizie con grandi icone dell’epoca come Picasso, per citarne uno), ma soprattutto il ripercorrere la sua vita attraverso i suoi sentimenti, l’amore. Il mio lavoro iniziale è stato quello di immergermi nella lettura: dalle biografie, interviste e articoli su Chanel a quelle dei personaggi che soleva frequentare, come Misia Sert. Questo mi ha concesso di esplorare un incrocio di punti di vista. La storia che io racconto inizia dalla sua estrazione sociale, dai suoi nonni per essere precisa. Chanel proviene da una famiglia che viveva in condizioni di estrema povertà. Scoprendo elementi sulle sue figure genitoriali ho potuto tracciare un profilo psicologico e caratteriale della stilista. L’abbandono del padre, la madre malata e gli anni trascorsi in orfanotrofio sono elementi fondamentali per comprendere a pieno le sfumature del carattere di Chanel e delle sue creazioni dalle quali emerge spesso il suo passato doloroso. 

Che Coco Chanel sia un vero e proprio mito, nonché un modello di intraprendenza femminile non vi è dubbio alcuno. Come mai ha scelto di dedicare questo libro proprio a lei? Quale aspetto della vita e della carriera di Mademoiselle Coco l’ha colpita maggiormente?

Ho sempre amato Chanel. Per questo motivo mi è stato richiesto di dedicarmi a questo lavoro in concomitanza con il cinquantesimo anniversario della morte di Chanel del prossimo Gennaio. Ho amato il suo essere indipendente in un’epoca in cui le donne valevano poco. I suoi amanti erano tutti uomini ricchi e di potere, ma Coco, piuttosto che farsi viziare o fare la mantenuta, ha sempre lottato per diventare ancor più importante e riconosciuta di loro stessi. Mi ha colpito il suo forte desiderio di indipendenza in contrapposizione alla suo bisogno di essere amata.