Da Milano Moda Uomo al Principe dei Dandy : con Oscar Wilde e Beau Brummer a lezione d’eleganza

Un saggio del Prof. Vittorio Maria De Bonis
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Raffinato senza esser lezioso, tagliente ed ironico, elegantemente spregiudicato e snobisticamente irriverente senza mai scivolar nella violenza verbale e nell’inutile provocazione, tanto nei modi e nel parlare quanto nel vestiario e nei fondamentali accessori d’esso, l’autentico Dandy – che le sfilate di moda maschile milanese continuano ad evocare con tenacia – discende direttamente da quell’inversione di gusto e stile di vita che contraddistinse l’alba dell’ottocento e la successiva epoca vittoriana in Gran Bretagna.

In una società che ancora guardava con nostalgia all’eleganza ed allo sfarzo tacchineschi dell’aristocrazia settecentesca spazzata via dalla Rivoluzione francese, il giovane – e plebeo – George Bryan Brummel inaugurò uno stile – di vita e di pensiero – destinato a sovvertire con incruenta perentorietà il nuovo mondo industriale e borghese, ma ancor dominato dal potere economico delle classi alte – con la sola arma dell’esser ostentatamente sé stesso, e non il simbolo d’una famiglia d’antico lignaggio, d’una classe politica o di una qualsiasi consorteria.

Brummel impose esclusivamente ciò che di più originale ed inimitabile poteva offrire: la sua stessa personalità, rifiutando di vantar meriti e privilegi e concentrando l’attenzione dei suoi followers ante litteram esclusivamente sul suo modus vivendi. Pantaloni a tubo attillati e rigorosa igiene personale, sapienza d’arte e passione per le novità pittoriche più trasgressive, innovativo gusto nei colori e negli accostamenti mai prima osati, battute folgoranti e nessuna sudditanza al Potere o ai poteri, impertinente grazia nel demolire o ridicolizzare – senza acrimonia – l’inutile boria dei troppi parvenus, e – su tutto – una disposizione fascinosamente olimpica d’elegante distacco dalla prosaicità dilagante.

Nella quotidiana esistenza come nelle più ardite scelte estetiche, nel vestire come nel comporre in prosa ed in versi, nel parlar d’arte come nell’accettare le estreme conseguenze della sua temeraria ricerca individuale, il suo perfetto erede sarà il Principe degli Esteti: Oscar Wilde.

Nessun attore mai recitava la sera sul palcoscenico, come Oscar Wilde parlava ogni giorno nella Vita…Lo rammento ancora quando – con un cappello a larga tesa sui capelli irriverentemente lunghi che gli scendevano sul collo di pelliccia dell’ eccentrico soprabito – un giglio candido fra le mani e lo sguardo incantato dall’eterna Bellezza, commentava quasi sottovoce, fra sé, le tele di Turner nelle sale della Royal Academy. Dopo appena una manciata di minuti, ragazze e gentildonne, giovani esteti e persino bambini lo seguivano rapiti, abbandonando precettori ed accompagnatrici, letteralmente ipnotizzati dalle sue maliose illustrazioni. Il tono della sua voce, le ardite teorie, le spiegazioni mai prima udite obbligavano chi lo seguiva a vedere – per la prima volta, probabilmente – quadri e particolari che mai prima avrebbero scoperto…

Con queste ammirate parole, un artista amico di Wilde descrive i suoi ingressi a sorpresa nelle esposizioni d’Arte più in voga di Londra, dove – estatico ed irresistibile – dapprima solo poi seguito da una turba silenziosa ed avida di poesia, offriva con liberalità le sue interpretazioni delle tele più innovative ad un pubblico sempre diverso e sempre entusiasta.

Il portamento e le vesti, gli accessori e lo sguardo irresistibilmente ammaliante, il tono svagato e profondo insieme d’una voce che non aveva eguali si fondevano con una profonda sapienza nel forzare e scardinare i significati reconditi dell’opera d’arte, celebrando, con integrale pienezza, il potere incantatorio della Bellezza e dell’Eccentricità più autentiche.

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