Lo schermo dell’arte: maestri e capolavori in prima fila

Un saggio del Prof. Vittorio Maria De Bonis
0
166

Se è probabilmente e convenzionalmente vero che un’immagine val più di mille parole, allora le seduttive immagini in movimento che illustrano biografie ed opere di maestri d’arte del passato sono ancora in grado d’offrire – con hollywoodiana efficacia e con gli inevitabili anacronismi del caso – una via immediata e irresistibile all’amore per l’Arte.

Mai la straziante visionarietà delle tele di Vincent van Gogh è stata così perfettamente evocata ed esemplarmente descritta come nel quinto episodio del film capolavoro di Akira Kurosawa Sogni del 1990, dove il protagonista narrante entra – letteralmente – nelle più celebri tele dell’artista olandese, concludendo il suo immaginifico viaggio in un campo di grano percorso da un funebre volo di corvi come nell’omonima opera del 1890 che precede di poco il tragico suicidio di Vincent, ma – ancora – il tormentato genio olandese era già stato mirabilmente interpretato da un superbo Kirk Douglas nel kolossal di Vincente Minnelli Brama di Vivere del 1956, tratto dal fortunato best seller di Irving Stone, dove – sia pur con i fatali adattamenti romanzeschi e tagli biografici – van Gogh ne esce suggestivamente ritratto nella drammatica complessità umana e nei sofferti rapporti con l’amico-rivale Paul Gauguin, peraltro efficacemente interpretato da un ruvido Antony Quinn.

Sempre da un romanzo di Stone è tratto uno spettacolare e credibile Biopic d’ottimo gusto rinascimentale come Il Tormento e l’Estasi del regista britannico Carol Reed, del 1965 che mette in scena – con una affidabilità filologica e storica che dovrebbe servir da lezione ai grotteschi serial sui Medici o su Leonardo da Vinci prodotti attualmente dalla RAI – l’avventura della creazione degli affreschi della Sistina per mano di Michelangelo Buonarroti.  E se è vero che l’interprete del grande artista toscano è un titano della recitazione come Charlton Heston, mentre il ferrigno e tenace Pontefice Giulio II della Rovere è impersonato dal grande Rex Harrison, indubbiamente la narrazione, fra suggestive ambientazioni italiane e ardite ed efficaci ricostruzioni d’ambiente, guida con suggestiva spettacolarità anche il semplice appassionato – digiuno di studi eruditi – a comprendere al meglio la miglior stagione d’Arte dell’Italia del Cinquecento.

Doveroso poi il perfetto – ed ancor oggi smagliante per recitazione, inappuntabile ricostruzione storica e magnifica ambientazione – sceneggiato RAI del 1971, e dunque ben diverso dalle nuove e sciatte produzioni dove l’esuberante spettacolarizzazione digitale cerca di compensare il vuoto o la scarsa competenza di contenuti, Vita di Leonardo da Vinci, con la regia di Renato Castellani ed un superbo interprete del geniale artista come Philippe Leroy, ancor oggi proposto agli studenti universitari come guida efficace per comprendere il grande Da Vinci. E da citare poi il credibile e suggestivo Caravaggio, miniserie televisiva del 2008 di Angelo Longoni con un ottimo Alessio Boni come protagonista e un brutale Maurizio Donadoni nei panni del sordido Ranuccio Tomassoni, che ha saputo riscrivere con intelligenza la verità umana sul Maestro milanese, anche grazie al piccolo apporto del sottoscritto come consulente specifico per Alessio Boni.

Forse però il prodotto cinematografico che meglio condensa le inevitabili esigenze della modernità e rapidità efficace della comunicazione filmica e il rispetto, auspicabile ma mai scontato, della verità storica è senza dubbio il superbo Turner di Mike Leigh, uscito nelle sale nel 2014, dove uno sconcertante ed ombroso, dolente e fanciullesco Timothy Spall interpreta in maniera inimitabile William Mallard Turner, con tutte le debolezze, le sofferenze e le sublimità dell’artista autentico.

Mai l’Arte è stata seduttiva come in quella pellicola…