Una primavera e mille enigmi: ipotesi d’arte sul quadro più enigmatico del rinascimento

Un saggio del Prof. Vittorio Maria De Bonis
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Autentico e preziosissimo enigma pittorico del Rinascimento, sul quale si sono misurati invano i più celebri esegeti della cultura e dell’arte fra Quattro e Cinquecento, e che continua a sfidare ancor oggi un’univoca interpretazione, la cosiddetta Primavera di Alessandro di Mariano di Sandro Filipepi – in arte Botticelli – non cessa di sedurre con imperterrita potenza le menti dei contemporanei.

In un secolo ossessionato dal complottismo, dai misteri presunti insolubili e dalle teorie distopiche, la tavola di Botticelli – al di là della sconcertante e manifesta sublimità esecutiva – non può non incarnare un mito eterno di Bellezza e d’arcana suggestività che sembra esser il perfetto distillato di una perduta età dell’Oro sempre rimpianta e ormai irraggiungibile.

Commissionata con grande probabilità dal Magnifico in occasione delle nozze del cugino Lorenzo di Pierfrancesco de’ Medici con Semiramide Appiani intorno al 1482, l’opera iconica cela un’evidente celebrazione della nuova stagione di pace e prosperità propiziata dalla famiglia dei nuovi Signori e mecenati di Firenze.

Il racconto del dipinto

In un fitto bosco che evoca il mitico Giardino delle Esperidi, dove l’albero d’Alloro in primo piano, sulla destra dell’osservatore, rinvia con trasparente allusione al nome di Lorenzo, committente dell’opera per l’omonimo cugino, assieme agli aranci il cui frutto è l’evidente rimando allo stemma araldico dei Medici, Zèfiro, vento di Primavera, ghermisce la ninfa Cloris e la feconda con il suo soffio, e mentre dalla bocca di lei già fuoriescono fiori si trasforma nella Dea Flora che – come Primavera – dalla sensuale veste ricamata con motivi floreali va spargendo corolle attorno a sé.

Al centro della complessa composizione, Venere, che accenna un gesto d’aggraziato benvenuto, si staglia con regale dolcezza, sovrastata dal figlio Cupido – tradizionalmente bendato – e pronto a scoccar la sua freccia su una delle tre Grazie, la Castità per l’esattezza che è posta al centro del loro movimento di danza, assieme alla Voluttà alla sua sinistra ed alla Bellezza alla sua destra, mentre – coperto solo da una clamide scarlatta – Mercurio con il suo emblematico Caducèo si impegna a scacciare dal rarefatto giardino di delizie i nembi ed i venti di tempesta – trasparente metafora delle avversità che potrebbero insidiare la dinastia Medici nel governo della Repubblica Fiorentina.

Fin qui i dati più evidenti e più immediati, che vanno doverosamente integrati con l’evidenza del trasparente messaggio politico d’una famiglia egemone che utilizza il talento dei suoi più valenti artisti cittadini – da Botticelli a Poliziano, dal filosofo Marsilio Ficino all’intellettuale Pico della Mirandola – per veicolare la sua ambizione d’aver inaugurato e sostenuto – contro i troppi nemici della Repubblica – un’agognata stagione di prosperità e di concordia cittadina.

Un purissimo ideale estetico

Di quest’ambizione che trasforma un sogno politico a tratti spietato e portato avanti con cinica determinazione in purissimo ideale estetico: il sogno d’una Bellezza atemporale ed astorica che è Luce intellettuale e somma Sapienza, Sandro Botticelli è il più convinto e perfetto interprete, ma – al di là degli altri interconnessi ed ancor oscuri significanti che tramano lo spettacolare capolavoro – un inatteso segreto fra tutti, da scoprire insieme.

Guardando con attenzione l’arbusto di mirto alle spalle di Venere, sua pianta sacra e suo emblema tradizionale, non potrete non riconoscere la silhouette chiarissima dei polmoni umani con le ramificazioni bronchiali rese graficamente dai ramoscelli della pianta, esattamente come nelle più consuete immagini da atlante anatomico.

Una metafora del respiro divino, dell’afflato puro e vivificante che il nuovo Regno dell’Amore e della Concordia, della Grazia e della Bellezza – naturalmente propiziato e difeso dai Medici – porterà nell’ambiziosa Capitale dell’autentico Rinascimento del Mondo.