Enigmi dal passato: dal mare di Riace alla conquista del mondo

Un saggio del Prof. Vittorio Maria De Bonis
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Fondale marino misto di sabbia e scoglio nei pressi di Riace, Calabria, 16 Agosto 1972, ore 12.00 circa, profondità inferiore agli 8 metri, 230 metri dalla costa ionica. Uno spettacolare braccio muscoloso d’un sorprendente color verde emerge dal fondo sabbioso davanti agli occhi stupefatti del sub dilettante romano Stefano Mariottini durante una solitaria battuta di pesca subacquea.

A pochi metri – coperto appena da un velo di sabbia – un altro magnifico corpo bronzeo giace pressoché intonso in attesa di riemergere prepotentemente alla ribalta della Storia contemporanea: i Bronzi di Riace hanno appena fatto ingresso – trionfalmente e per sempre – nell’immaginario collettivo del Mondo Moderno.

Bronzi di Riace

I Bronzi di Riace

Dal momento della scoperta e del loro laborioso recupero e altrettanto complesso restauro, i due magnifici guerrieri in bronzo – realizzati con grande probabilità da una bottega di scultori attiva ad Argo, nel Peloponneso, attorno alla metà del V secolo a.C. come ha dimostrato incontestabilmente l’esame della cosiddetta terra di fusione estratta dall’interno delle sculture – non hanno smesso di generare interrogativi artistici riguardo alla loro identità ed esecuzione, e dubbi legittimi sulla dinamica esatta del ritrovamento e dei reperti effettivamente recuperati in quel remoto pomeriggio d’agosto del ’72.

E’ notizia di questi giorni che – in contemporanea a Roma e al prestigioso Metropolitan Museum di New York, in occasione della mostra Chroma. Ancient Sculpture in Colour– siano state appena presentate le ricostruzioni dei Bronzi – nella Curia Iulia del Foro Romano la sola testa del guerriero più giovane denominato convenzionalmente A – con la presumibile, originaria policromia che doveva conferir vita alle due statue note.

La ricostruzione in 3 D, realizzata ad opera del professor Vinzenz Brinkmann – esperto internazionalmente riconosciuto nel campo della cromia che caratterizzava tutte le sculture e le architetture in età ellenistico-romana – mostra eloquentemente come elmi ed armi, ma anche particolari del volto e del corpo in nudità eroica, presentassero una colorazione dorata, ottenibile tradizionalmente aumentando la quantità di rame nella lega metallica originaria o tramite patinatura o ancora grazie all’uso di metalli in contrasto, come l’argento, originariamente utilizzato per esaltare i denti del guerriero A e farli spiccare contro le labbra tumide realizzate in rame rosso, mentre per entrambi gli eroi gli occhi, in calcite e pasta vitrea e i capezzoli in rame rivelano quella che era usuale pratica esecutiva nelle botteghe dei bronzisti antichi.

Polinice e Eteocle

Le nuove ricerche hanno anche conferito una pressoché definitiva identità ai due guerrieri di Riace: il Bronzo A rappresenterebbe Polinice ed il Bronzo B Eteocle, fratelli divisi da un odio mortale, come li descrive il drammaturgo Eschilo nella Tragedia I Sette contro Tebe, figli dell’amore incestuoso di Edipo per la madre Giocasta che – come ora si ritiene concordemente – faceva ella stessa parte dell’originario gruppo scultoreo mentre tenta, inutilmente supplice, a braccia aperte di dividere e pacificare i due figli. Assieme all’infelice regina dovevano esser presenti anche le statue della sorella Antigone e dell’indovino Tiresia, ufficialmente mai rinvenute sul fondale antistante Riace, costituendo così un superbo monumento celebrativo esposto ad Argo come memoria sacra della Città-Stato greca.

Da Argo, all’indomani della conquista romana dell’Ellade nel 146 a.C. e dopo le conseguenti spoliazioni di opere d’arte di pregevolissima qualità dirottate nell’Urbe, le cinque statue vennero trionfalmente  esposte a Roma, probabilmente restaurate e definitivamente riallestite in gruppo, in un’esedra appositamente realizzata sul Palatino per esaltarle al meglio.

La loro storia 

La loro avventurosa storia di trasferimenti e di saccheggi non si era però ancora conclusa: intorno al IV secolo sarebbero state ancora imbarcate alla volta della nuova Capitale d’Oriente: Costantinopoli che l’Imperatore intendeva ambiziosamente adornare e render degna dell’ormai provinciale e quasi abbandonata Roma dei tempi d’oro, ma la nave che trasportava le statue avrebbe incontrato una burrasca che costrinse – con grande probabilità – l’equipaggio a disfarsi del pesante carico per alleggerire l’imbarcazione o che la fece addirittura naufragare.

Delle armi, lance, scudi ed elmi dei due fratelli, oltreché delle statue di Giocasta, Antigone e Tiresia che completavano il gruppo non v’è traccia materiale superstite, se non nelle deposizioni di testimoni oculari che parlarono, all’epoca del rinvenimento, d’una statua a braccia levate frettolosamente sottratta da non identificati sub e di sedicenti mediatori clandestini che ammisero la vendita a collezionisti e forse musei privati americani degli elmi e degli scudi imbracciati dai due guerrieri.

Ma come il Tempo ha restituito il prezioso frutto d’un sanguinoso bottino di guerra, così – tardivamente – il tempo degli Uomini potrà forse restituire verità e nuovi capolavori alla Storia.

A quella Storia che – non dimentichiamolo mai – siamo Noi.