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Moda e sostenibilità: un connubio possibile. Intervista a Matteo De Angelis, Professore Ordinario di Marketing presso l’Università Luiss

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Ho avuto l’occasione di incontrare ed intervistare il professor Matteo De Angelis durante FarFestival 2025: la Natura diventa protagonista, tenutosi nella straordinaria cornice della Riserva Naturale Nazzano Tevere-Farfa, la prima riserva naturale istituita in Italia, nel lontano 1979. Oggi più che mai questo luogo è un punto di riferimento per chi ama l’ambiente, la biodiversità e sogna un futuro sostenibile.

Il festival nasce con uno scopo ambizioso, ma necessario: sensibilizzare il pubblico sull’importanza della tutela ambientale, della biodiversità e della sostenibilità, in linea con gli obiettivi dell’Agenda 2030 dell’Unione Europea. Grazie anche al sostegno di Riccardo Luciani, Commissario Straordinario della Riserva, l’evento ha dato vita a un ricco programma immerso nella natura. FarFestival non è stato solo un evento, ma un invito concreto al “fare”: fare scelte consapevoli, fare attenzione all’ambiente, fare rete tra istituzioni, imprese e cittadini. Una vera chiamata collettiva per costruire insieme un futuro più verde e più giusto.

Nel panel “Moda e sostenibilità: un connubio possibile”, si è aperto un confronto stimolante tra esperti, designer, imprese e giovani creativi sul futuro della moda responsabile. Tra gli interventi più apprezzati, quello del Professor De Angelis, che ho voluto approfondire con lui in questa intervista.

Professore, lei studia da anni i comportamenti di consumo: qual è il legame tra sostenibilità e le scelte che compiamo, spesso in modo inconscio, come consumatori?

Mi occupo proprio di questo: capire, dal punto di vista della ricerca scientifica, cosa guida i nostri comportamenti di consumo, anche nei settori più complessi e simbolici come la moda. Negli ultimi anni ho concentrato le mie ricerche sulla moda sostenibile, partendo inizialmente dal segmento del lusso per poi estendere l’analisi anche al mass market. Una delle prime tesi che ho sostenuto con il collega Cesare Amatulli dell’Università di Bari – in controtendenza rispetto a un dibattito globale che vedeva lusso e sostenibilità come mondi inconciliabili – è proprio che il lusso, per sua natura, può essere sostenibile, grazie alla limitata produzione, alla rarità, alla valorizzazione dell’artigianalità e dei mestieri tradizionali.

 

Nel suo intervento ha parlato dell’importanza non solo della produzione sostenibile, ma anche dell’uso sostenibile dei prodotti. Cosa intende esattamente?

Spesso quando si parla di sostenibilità ci si concentra esclusivamente sul lato dell’azienda: materiali, processi produttivi, filiera, certificazioni. Tutto fondamentale, certo. Ma c’è anche una parte altrettanto importante: la sostenibilità nei comportamenti di consumo. Una scelta responsabile, come consumatori, può fare la differenza quanto una produzione sostenibile. In particolare, ho studiato la lunghezza d’uso del prodotto – in inglese LPU (Length of Product Use) – cioè il tempo che intercorre prima che decidiamo di sostituire un prodotto con uno nuovo. Questa scelta, spesso, non è legata a un reale deterioramento del capo, ma a fattori emozionali o sociali: desiderio di novità, gusto personale, pressione sociale.

 

Cosa può fare un’azienda per influenzare positivamente la durata d’uso dei prodotti?

Le aziende hanno un grande potere attraverso la comunicazione. Abbiamo osservato, ad esempio, che alcune caratteristiche estetiche come la simmetria nel design o la creatività funzionale aumentano la probabilità che un capo venga usato più a lungo. La simmetria trasmette al consumatore un senso di continuità, di stile senza tempo, che si oppone alla logica dell’obsolescenza rapida. La creatività, invece, genera attaccamento emotivo: se un capo ci colpisce per originalità o innovazione, ci affezioniamo, ed è più difficile separarsene.

 

Un altro tema emerso è quello del second-hand. Può rappresentare una reale forma di consumo sostenibile?

Assolutamente sì. Anche se non utilizziamo più un capo, possiamo allungarne la vita attraverso donazione, rivendita o scambio, sia online che in negozi fisici. Il mercato del second-hand è in forte crescita ed è una risposta concreta all’eccessiva produzione e al consumo impulsivo. Questo tipo di circolarità – dove il valore del prodotto non si esaurisce con il primo acquisto – è una delle chiavi per un futuro della moda più sostenibile.

 

Molti brand di lusso stanno attraversando un momento di difficoltà economica. Il prezzo elevato è ancora un ostacolo per i consumatori?

Non è solo una questione di prezzo assoluto. Il prezzo è sempre il risultato di un rapporto tra costo e valore percepito. Se un brand riesce a comunicare con forza il valore intrinseco di un prodotto – e oggi la sostenibilità è una parte fondamentale di questo valore – può anche giustificare un prezzo elevato. Il punto è: il consumatore percepisce quel valore? Se sì, sarà disposto a investire. Per questo credo che integrare la sostenibilità nella proposta di valore dei brand non sia solo eticamente doveroso, ma anche strategicamente vincente.

 

Cosa dovrebbe fare il sistema moda, oggi, per rendere davvero sostenibile il futuro del settore?

Educare. Comunicare in modo chiaro e onesto. Sviluppare prodotti che durino nel tempo – non solo materialmente, ma anche nel cuore e nella mente delle persone. E soprattutto ascoltare i giovani, che sono molto più sensibili di quanto si pensi a questi temi. La moda ha sempre avuto il potere di influenzare comportamenti, stili e tendenze. Ora ha anche la responsabilità di farlo in modo sostenibile.

Barbara Molinario