C’è una tendenza di cui non si parla mai abbastanza, e non ha nulla a che vedere con i colori di stagione o con il ritorno del tailleur gessato. Riguarda i dati, quelli veri, che parlano di giovani sempre più esposti al rischio di infezioni sessualmente trasmissibili. L’Hiv è tornato al centro del dibattito sanitario, ma anche culturale e sociale, con numeri in crescita che impongono una riflessione: essere consapevoli oggi è un gesto di stile, forse il più importante.
Secondo l’Istituto Spallanzani di Roma, nei primi sei mesi del 2025 sono state diagnosticate 82 nuove positività all’Hiv su 3.378 test, pari al 2,4%. Solo un anno fa, la percentuale era dell’1,6%. I test sono aumentati, ma anche le diagnosi. E se un tempo si pensava che l’Hiv fosse un problema del passato, oggi torna a farsi sentire soprattutto tra i giovanissimi. Nel Lazio, oltre il 10% delle nuove diagnosi nel 2023 ha riguardato ragazzi sotto i 25 anni.
Come mai, nel 2025, con tutte le informazioni a disposizione, la prevenzione resta un tabù? La risposta sta anche nel modo in cui comunichiamo. La moda, si sa, è uno specchio della società. Eppure, se negli anni ’90 la lotta all’Hiv era parte integrante della cultura pop e delle passerelle più progressiste (si pensi alle campagne shock di Benetton o al sostegno delle icone come Madonna e Elton John), oggi sembra relegata ai margini del discorso mainstream.
Ecco perché la scelta dello Spallanzani di utilizzare il cinema come strumento di dialogo è tanto semplice quanto geniale. Durante la Settimana della Scienza, l’istituto ha organizzato due cineforum rivolti ai ragazzi, con film che raccontano storie potenti legate alle epidemie: “Dallas Buyers Club”, ambientato negli anni ’80, e “Contagion”, thriller moderno sulla diffusione di un virus letale. Due opere diverse, ma entrambe capaci di restituire l’urgenza della prevenzione in chiave emotiva e visiva.
La moda ha sempre avuto un ruolo attivo nella costruzione dell’immaginario legato alla salute, alla sessualità, alla libertà. Oggi potrebbe e dovrebbe tornare a farsi carico di questo tema. Basterebbe poco: una campagna social intelligente, un capo dedicato, una capsule collection con messaggi chiari e forti. Perché la prevenzione non è noiosa, è potente. E chi la pratica è più sicuro, più libero, più moderno.
Anche il ricorso crescente alla PrEP, la profilassi pre-esposizione, è un segnale positivo. Più persone si sottopongono ai test regolarmente, ed è per questo che emergono più diagnosi. Ma non basta. Serve una cultura della sessualità che sia inclusiva, informata, trasparente.
Nel nostro stile di vita, fatto di estetica, comunicazione e autoconsapevolezza, c’è spazio per un nuovo linguaggio della salute. Parlarne non toglie glamour. Anzi, lo rafforza.
Oggi la vera eleganza è sapere. Conoscere il proprio corpo, proteggere se stessi e gli altri, scegliere in modo consapevole. Perché tra i mille accessori che possiamo indossare, la consapevolezza è quello che ci sta meglio. Sempre.






