La moda etica è una rivoluzione che parte dal nostro armadio

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Durante Circonomia 2025, ad Alba, ho avuto il piacere di moderare un incontro che mi ha profondamente ispirata. Nel cuore del Piemonte, nel Cortile della Maddalena, ad Alba, abbiamo parlato di moda, ma non quella fatta di passerelle e lustrini: una moda che rispetta le persone e il pianeta, che guarda al futuro senza dimenticare chi lavora ogni giorno dietro le quinte. A raccontarci la sua visione una stilista di fama internazionale, Marina Spatafora, portavoce e ambasciatrice della moda etica. Insieme a lei, anche Raffaele Guzzon di Erion Textiles, per un confronto che ha acceso il dibattito su temi cruciali: consumo consapevole, sostenibilità ambientale e diritti umani.

Ho avuto modo di ascoltarla ed intervistarla, in un racconto intenso e pieno di riflessioni.

Come nasce Fashion Revolution?

“Il 24 aprile 2013 crolla il Rana Plaza in Bangladesh. Oltre mille persone muoiono, circa 2500 vengono estratte vive dalle macerie. Erano principalmente operai tessili, impiegati anche per grandi marchi occidentali. È stato il più grave incidente nel settore tessile della storia.”

“Da quella tragedia nasce Fashion Revolution, un movimento globale che chiede un’industria della moda diversa: rispettosa dei diritti umani, della sicurezza nei luoghi di lavoro, del giusto salario e dell’ambiente.”

È davvero possibile oggi coniugare qualità, sostenibilità e accessibilità nel mondo della moda?

“È assolutamente possibile conciliare qualità, sostenibilità e accessibilità. L’industria della moda coinvolge circa 70 milioni di lavoratori. Come consumatori abbiamo il dovere di chiederci da dove arrivano i vestiti che indossiamo, come vengono prodotti, con quali materiali e quale sarà il loro impatto.”

Cosa ci ostacola davvero nel raggiungere questo modello virtuoso?

“Una delle resistenze più forti viene da fuori l’Europa. I marchi di ultra fast fashion asiatici, che da soli eguagliano Zara e H&M messi insieme, sono difficili da contrastare. Ma in Europa stiamo andando avanti: abbiamo spinto la Commissione a varare una strategia sul tessile sostenibile, che mira entro il 2030 ad avere sul mercato solo prodotti durevoli, riciclabili e realizzati nel rispetto dei diritti umani e ambientali.”

Il consumatore ha davvero il potere di cambiare le cose?

“Il consumatore ha un potere enorme. Se compro un capo costoso, lo tratto con più cura e lo butto meno facilmente. Questo riduce gli sprechi. Ma dobbiamo anche riconoscere che i marchi di lusso sono stati tra i primi a delocalizzare la produzione, spesso a scapito dei diritti dei lavoratori.”

La pandemia ha avuto un ruolo in questo scenario?

“La pandemia ha riportato parte della produzione nei paesi d’origine. Quando le regole sono chiare, tutta la filiera ne beneficia, in termini di sostenibilità e giustizia sociale.”

Spesso si parla di sostenibilità solo in termini ambientali. Ma c’è un altro aspetto fondamentale, vero?

“La sostenibilità ha due elementi inseparabili: ambientale e sociale. L’industria della moda è ad altissima manualità, e la maggioranza dei lavoratori è costituita da donne che guadagnano 3 dollari al giorno. La paga minima, stabilita dai governi, spesso non basta a superare la soglia di povertà.”

Cosa possiamo fare concretamente per cambiare questa realtà?

“Una paga dignitosa, calcolata sui reali costi della vita, è fino a 3 o 4 volte superiore a quella minima. Basterebbe aumentare il costo di un capo dell’1% o 4% per garantire salari equi. Serve una legge europea che imponga questa dignità salariale per tutti i capi venduti nell’Unione.”

Ci sono modelli di economia circolare che funzionano davvero?

“Un esempio virtuoso è Humana Vintage. I vestiti usati vengono selezionati e rivenduti, e i proventi finanziano progetti nei paesi a basso reddito in tre settori: educazione, salute e agricoltura. Questo è il volto positivo dell’economia circolare.”

Alla fine dell’incontro, uscendo nel tramonto ventoso di maggio che accendeva i vicoli di Alba, mi sono chiesta: se davvero la rivoluzione parte dal nostro armadio, siamo pronti ad aprirlo con occhi diversi? È tempo di capire che ogni acquisto è un voto: per il mondo che vogliamo, per il rispetto che meritiamo. La moda può e deve essere bellezza, ma anche consapevolezza. E in questo, ognuno di noi ha un ruolo.

 



 
Barbara Molinario