Goya, Gauguin, Klimt e Caravaggio : la verità della ribellione d’arte

Un saggio del Prof. Vittorio Maria De Bonis
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Categoria ideale creata e coniata dalla cultura Romantica Ottocentesca, quella dell’Artista maledetto e incompreso, ribelle e trasgressivo, nemico delle convenzioni e dei dogmi della religione cattolica, è in realtà più leggendaria che non autenticamente riscontrabile nella Storia dell’arte, dove ritorna – semmai – con significativa intensità, la ribellione alla retorica della cultura artistica ufficiale e paludata.

In un periodo storico dove, perlomeno fino all’alba dell’Illuminismo, il più facoltoso ed importante committente di tele, architetture e sculture è la Chiesa cattolica, l’artista non può non adeguarsi – quali che siano le sue personali trasgressioni private – ai canoni ed alle necessità espressive indotte dalle gerarchie ecclesiastiche, pena il rifiuto o la rimozione delle sue opere, ad onta d’ogni loro millantato valore intrinseco.

Ecco perché artisti dall’esistenza quanto meno discutibile, secondo canoni tradizionalmente bigotti, come Benvenuto Cellini o Caravaggio, lo stesso  Michelangelo o Salvator Rosa, tormentati o lesti di spada, moralmente equivoci o umanamente inaccettabili, si conformavano allo spirito ed ai dictat religiosi del Tempo, con risultati assolutamente straordinari, dove il virtuosismo e la professionalità sapevano dar veste decorosa al loro sulfureo talento, lasciando poi a noi – esegeti moderni – il poter interpretare, oltre l’immagine realizzata e conforme alla morale religiosa dell’epoca, il loro complesso mondo intimo, tenuto  com’è ovvio all’oscuro del committente.

Committente che non aveva – naturalmente – alcun interesse per i moti psicologici o emotivi dell’artista che aveva incaricato di realizzare il suo progetto, richiedendone esclusivamente la massima efficacia professionale.

È semmai proprio fra Otto e Novecento che – liberi dai vincoli e dalle imposizioni d’una committenza religiosa – gli artisti più innovativi fanno finalmente ascoltare e comprendere la loro voce più trasgressiva, a partire dal sommo Francisco Goya y Lucientes che passerà dalle suggestioni italiane di Giambattista Tiepolo a tele apparentemente celebrative come la sublime Famiglia di Carlo IV del 1800 circa, dove la famiglia reale è ritratta – con geniale controcanto – come una sordida parata di campioni umani crudeli, protervi, ottusi e grifagni, dove la regina Maria Luisa di Borbone è una grottesca scimmia ingioiellata e il sovrano un fantoccio in marsina e medaglie, e che pure venne lodata e celebrata dagli stessi reali, inconsapevoli e stoltamente incapaci di comprendere davvero l’opera d’un valente “artigiano” al loro servizio.

Mentre l’irrequieto Paul Gauguin, apolide e insoddisfatto, si libera con sistematica tenacia dalla tradizione pittorica occidentale e persino dall’innovativa corrente impressionista, ricercando ad ogni costo una pittura semplice e primigenia, anti-convenzionale e libera da condizionamenti tradizionali, approdando a un primitivismo bidimensionale e rivoluzionario come nell’epocale tela Da dove veniamo? Che siamo? Dove andiamo? del 1897.

Sarà poi il sensuale e davvero travolgente, manifestamente erotico e sensualmente irriverente Gustav Klimt – corifeo del tragico tramonto della mitizzata Austria Felix di Francesco Giuseppe – a mettere su tela demoni e trasgressioni, incubi ed ossessioni d’un universo votato alla catastrofe.

In mirabili, urticanti creazioni come Pesci d’Orodel 1902, La Speranza del 1903, Vita e Morte del 1911 e Adamo ed Evadel 1918 il Maestro viennese ha il coraggio di rivelare le pulsioni occulte – di suggestione scopertamente freudiana – e i tanti fermenti repressi e mai confessati che larvano e tarlano quelli che lo scrittore Karl Kraus chiamerà Gli Ultimi Giorni dell’Umanità, rivelandosi così il più pensoso – e dolente – interprete della nostra straziata Modernità.