Si è conclusa ieri Milano Fashion Week dopo una settimana intensa che ha visto in calendario 54 sfilate, 6 sfilate digitali, 89 presentazioni e 37 eventi per un totale di 186 appuntamenti!
Ho ancora la valigia da disfare aperta sul pavimento di casa, foto e video da scaricare ed editare, tantissimi appunti sfusi fra note dell’iphone e foglietti sparsi. Sono stati giorni frenetici con corse alle presentazioni, file davanti alle location delle sfilate, pranzi con pacchetti crackers al volo, taxi salvavita, scarpe scomode. Ma non è forse questo il bello della fashion week? Stressarsi di meraviglie!
Questa è stata un’edizione particolarmente speciale perchè ha visto grandi ed attesi debutti: quello di Maria Grazia Chiuri da fendi, di Demna da Gucci, di Meryll Rogge da Marni, nonché la prima sfilata di Giorgio Armani dopo la sua dipartita.
Milano Fashion Week si è aperta con Diesel
A mio parere qui siamo davanti all’allestimento più bello dell’intera settimana. Una gigantesca sala bianca stra-colma di oggetti, memorabilia e props dei progetti passati del brand. Un viale dei ricordi, un’esplosione di colore e creatività. È una sorta di Sgt. Pepper del design, dove ti incanti nel guardare l’insieme e vai a zommare sui piccoli dettagli.

Prima colazione da Luisa Beccaria:

Il secondo giorno a Milano Fashion Week parte in dolcezza, fra delicati volant e stampe floreali. Trasparenze romantiche, sandali in velluto, pizzo, ricami gioiello e – fra i miei pezzi preferiti – un mantello con cappuccio da fiaba! Seduta nell’elegante sala dell’Hotel Carlton Forte di Milano ho assaporato ogni momento di questa collezione. Si, perchè quello della Beccaria è un invito a rallentare e a dare peso ai momenti che contano. Celebrations veste le occasioni che meritano memoria, con un’eleganza che non ha bisogno di stupire. Mi piace quando la sensualità del pizzo e del velluto non diventa ostentazione ma mantiene una certa purezza. Un ammiccare sospeso nel dubbio di un si o un no.
La sfilata di Fendi mi è sembrata una pausa dal rumore, anche se ha fatto un gran rumore

Tanto nero, nessun bisogno di stupire a tutti i costi, e una sensazione diffusa di misura. Maria Grazia Chiuri lavora sul “fare insieme”, su una moda che non urla ma costruisce: completi più sartoriali, volumi contenuti, meno street e più struttura. Le Baguette tornano morbide, quasi vintage. Una collezione che non chiede approvazione immediata, ma attenzione — soprattutto oltre i social. Se volete approfondire, ne parlo più nel dettaglio qui.
Il dialogo fra oriente e occidente di Anne Macchiatto:

Durante la sfilata ho avuto la sensazione di assistere a un racconto intimo, fatto di forza silenziosa e delicatezza. Le silhouette sono scultoree con spalle decise e gonne stratificate che danno struttura senza irrigidire. Mi ha colpito il dialogo tra artigianalità orientale e minimalismo italiano, evidente nei ricami, nelle perline tridimensionali, nelle frange che si muovono leggere. Pezzo forte i completi in velluto che esprimono a pieno l’idea di creare un ponte fra la tradizione orientale e la sartorialità europea. La palette, tra toni profondi e accenti luminosi, accompagna una femminilità consapevole, mai eccessiva. Vera chicca del fashion show le piccole modelle e i piccoli modelli, di un’età compresa direi dai quattro ai tredici anni. I volti di tutti i presenti si sono illuminati. Carismatici, simpatici e con una personalità fortissima. I bambini portano davvero quel tocco di magia in ogni cosa.
Le scarpe boxing di Onisuka Tiger subito in wishlist:

Alle sette di sera ho raggiunto il mio seat alla sfilata di Onitsuka Tiger (dove peraltro ho trovato un cadeau davvero adorabile! Una piccola spazzola del giallo signature del brand a forma di cuore!). Mentre guardavo lo show ho subito percepito la sensazione di trovarmi in quello spazio di mezzo dove le cose non sono mai una sola cosa. È una collezione che non ha bisogno di occasioni precise per esistere: vive di attitude. Ed è proprio questo che mi ha conquistata. Lo sportswear dialoga con la sartoria in modo naturale, mai forzato, dando vita a un nuovo modo di essere preppy. Le felpe si indossano sopra abitini leggeri, con volumi morbidi, ruches e richiami vittoriani; il tailoring resta preciso ma si lascia contaminare da tartan, piume, stratificazioni inattese. È un’eleganza che non si prende troppo sul serio, ma sa esattamente dove vuole andare. Le vere protagoniste, però, per me sono state le scarpe. Le iconiche Mexico 66 che diventano Boxing, proposte con stampe floreali vintage, pitonate e colori sgargianti che accendono l’intero look. Una dichiarazione di carattere, da indossare senza timidezze. Funzionano allo stesso modo anche le Mexico 66 trasformate in pumps, da portare rigorosamente con calzettoni spessi: un dettaglio che sposta tutto e rende l’insieme sorprendentemente contemporaneo. Andrea Pompilio firma per Onitsuka Tiger una collezione effervescente, fatta di contaminazioni e libertà, che trova forza proprio nel non scegliere un’unica direzione.
Musthave da Max Mara:

Mentre mi trovavo a Milano, fra una presentazione e l’altra, mi sono imbucata in un portone aperto nei pressi di Via della Spiga per partecipare in diretta telefonica al programma di Rai Isoradio “Destinazione Pomeriggio” (qui un estratto della puntata) e parlare dei trend visti in passerella. Margherita Basso mi ha domandato quale fosse il brand con i capi più indossabili ed io ho risposto Max Mara… senza alcuna esitazione! I must imprescindibili per affrontare la stagione invernale sono il cappotto lungo color caramello; la giacca in suede oversize; la combo shorts, cappotto lungo e stivali cuissard ed un completo sartoriale con spalle ben definite.
Genny porta elementi di costume nel contemporaneo:

Il gusto edwardiano esplode in volant e ruches che definiscono volumi importanti ma mai esagerati. Mentre guardavo il fashion show ho percepito subito un equilibrio molto interessante tra rigore e fioritura. La sartoria accompagna la silhouette con disciplina, tra corsetteria, completi impeccabili e velluto, mentre improvvisamente tutto si apre in petali tridimensionali, volant e ruches dal gusto quasi edwardiano. I volumi sono importanti ma mai eccessivi, sempre controllati. La palette è viva — dal fucsia all’ottanio — in contrasto netto con bianco e nero, mentre un accenno di animalier attraversa la collezione con misura.
Parola d’ordine da Prada: layering

Il mix di texture che rende l’outfit dinamico con top sovrapposti fra cotone e maglieria, fodere più lunghe dell’orlo, trasparenze in organza stropicciata che mostrano un disordine pensato e studiato. Per veri finti trasandati. Ma la genialità di questo fashion show non sta qui! Guardate bene le uscite: ci sono solo quindici modelle che si alternano in sessanta outfit. Di fatto, nel backstage, le modelle non si sono cambiate totalmente, hanno semplicemente rimosso uno strato di layering. Quindi si tratta di sessanta look sovrapposti in quindi outfit. Ecco la sequenza della prima uscita:

Pezzo forte: gli stivali a punta totalmente stringati. Audaci, eccentrici… ma non si può dire che non facciano un look!
Il debutto di Meryll Bogge da Marni:

Classe 1984, con un curriculum che comprende nomi quali Marc Jacobs e Dries Van Noten. Lo scorso luglio è stata nominata nuovo direttore creativo di Marni. Ho letto un fun fact davvero simpatico in rete: Meryll ha acquistato un paio di scarpe Marni proprio con il suo primo stipendio da Marc Jacobs e le ha indossate finché non si sono rotte. Beh… adesso può indossare tutte le scarpe Marni che desidera! Un cerchio che si chiude alla perfezione! Marni è evidentemente un brand che le porterà ancora molta fortuna.
Demna Demna Demna:

Tutti parlano di Demna. Benissimo e malissimo. Senza mezze misure. Chi crede sia un genio, chi crede sia un folle senza il minimo gusto che sta saccheggiando l’eredità di Tom Ford. Per quanto mi riguarda andrò contro corrente e starò nel mezzo. Ci sono cose che funzionano bene ed altre un po’ meno. Il fashion show, dal punto di vista dell’intrattenimento è stato davvero ben concepito. Bella l’idea di dare un carattere, uno stile ed una particolare camminata ai diversi modelli e modelle. Il ragazzo che si ferma a metà passerella per inviare un messaggio dal telefono (puntando così l’attenzione sul marsupio da indossare rigorosamente a tracolla). La ragazza con l’andatura traballante sui tacchi. La camminata stizzita, quella sensuale, quella da “sciura”. Demna ha puntato i riflettori su Gucci, ma essendo l’attenzione un fattore di tempo molto limitato fino alla prossima distrazione momentanea, la formula punta logicamente al see now, buy now. Uscite vincenti ed altre meno convincenti in un festival della provocazione che mi domando sia davvero provocatorio in un’epoca in cui tutto è sdoganato. A conclusione dello show la lenta catwalk di Kate Moss con il suo tubino di paillettes nero che rivela una citazione a Tom Ford nel perizoma a vista. Si, purtroppo per attirare l’attenzione, ancora oggi, non si può far altro che non spogliarsi. Ma poi non parliamo di women empowerment perchè questo è tutto il contrario. Ah scusate, dimenticavo la parte positiva del mio commento: borse stupende, scarpe eccelse! Ma questo non è Demna, è piuttosto Gucci. Demna ha saputo ripescare dagli archivi e ri-plasmare silhouette iconiche, il morsetto, il manico in bambù (che stavolta diventa flessibile). Jackie, Marmont, Horsebit: abbiamo visto tanto di iconico ritornare in pista con un twist interessante e contemporaneo. Welldone!
Probabilmente la collezione che mi ha fatto esclamare più volte “Lo voglio” è quella di Ermanno Scervino

Anzi tutto perchè tutti i capispalla che hanno un taglio da divisa militare mi fanno letteralmente impazzire. C’è il rigore, la struttura, il carisma, ma il tutto convive con una femminilità aggraziata e sensuale fata di sottovesti, trasparenze, pizzo e chiffon.
Skin I am in è il titolo della decima collezione di Rocco Iannone per Ferrari

Poco prima di raggiungere il resee Ferrari, avevo scrollato tutte le immagini della sfilata sui social. Ok, le foto ed i video non rendono assolutamente giustizia a questi incredibili pezzi. Anzitutto l’esperienza tattile: la pelle e morbidissima, confortevole da indossare. Delicata nei suoi drappeggi e nelle nuances mai chiassose. Uno splendido rosa matte (che dalle foto sembra beige, ma vi assicuro che non lo è) che rende delicata e femminile ogni creazione. Le silhouette sono plasmate per seguire la fisicità senza alterarla, ponendo tocchi di volume lì dove amiamo portare un po’ di enfasi. È in realtà una sfilata molto intima ed introspettiva, dove la pelle è intesa probabilmente come quel manto che accarezza l’animo umano. Ci si sposta, poi, verso colori caldi e terrosi come il cioccolato fino ad arrivare a guizzi di rosso Ferrari. Fra i pezzi forti anche andranno sicuramente a ruba l’abito drappeggiato in cupro e jersey stretch che abbiamo visto indossato da Mariacarla Boscono. Le pieghe diagonali costruiscono la silhouette senza costringerla, disegnando un movimento fluido e sensuale. La sua linea essenziale lascia parlare la materia e il gesto. Un abito che non cerca l’effetto, ma la presenza. Nota di merito anche per le pumps dal taglio asimmetrico in PVC semi-trasparente: a differenza di molte scarpe in questo materiale, la finitura completamente matte le rende sorprendentemente eleganti.
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La sfilata di Ferragamo è stata uno di quei momenti in cui tutto trova una misura naturale

Maximilian Davis continua a lavorare per sottrazione, ma con una sicurezza sempre più matura. L’ispirazione nautica è chiara e ben calibrata: caban, giacche e cappotti in stile marinaio vengono smontati e ricomposti, con bottoni spostati, lacci lasciati aperti e dettagli destrutturati che alleggeriscono la rigidità dell’idea di divisa. Mi è piaciuto molto il modo in cui gli abiti si sbottonano e restano aperti, con i revers pendenti, come se la costruzione dialogasse continuamente con il movimento del corpo. Le giacche in pelle sono tra i capi che ho apprezzato di più: tagli dei colli decisi, revers molto ampi, talvolta foderati in pelliccia a contrasto, sensuali ma mai ostentati. Tra tutti, continuo a pensare che il cappotto a uovo sarà uno dei veri bestseller della collezione. Anche le scarpe seguono la stessa logica di eleganza funzionale: forme essenziali, solide, con richiami agli archivi Ferragamo ma senza nostalgia. Tacchi misurati, slingback e modelli che sembrano pensati per accompagnare il passo più che per imporsi, perfettamente coerenti con l’idea di una sensualità silenziosa e controllata. Ferragamo non cerca l’effetto immediato. È una collezione che resta, che si fa ricordare per coerenza e misura.
Il fashion show di Dolce & Gabbana è stato, senza dubbio, uno dei più centrati di tutta Milano Fashion Week

Il nero è stato ovunque in questi giorni, ma nessuno lo ha valorizzato con la stessa forza e coerenza della maison: qui non è mai stato piatto, né banale, ma carico di identità, sensualità e memoria. In front row c’era anche Madonna, presenza silenziosa ma simbolica, perfettamente in sintonia con l’estetica della collezione. Tra i look che mi sono rimasti più impressi ce n’è uno in particolare: la modella indossa un lungo scialle in maglia con frange che, da siciliana, mi ha riportata immediatamente alla “sciallina” delle nonne. Un capo profondamente radicato nella tradizione, qui trasformato in qualcosa di assolutamente glamour e teatrale. È in questi dettagli che Dolce & Gabbana riesce ancora a fare la differenza: prendere un simbolo intimo, quotidiano, e portarlo in passerella senza snaturarlo, ma amplificandone il potere evocativo.
Da Spazio Lineapelle le sfilate di Tokyo James e Simon Cracker

Durante la giornata di sabato sono tornata due volte da Spazio Lineapelle, uno di quei luoghi che riescono davvero a creare un contesto diverso, più libero e sperimentale. Qui la pelle diventa linguaggio e non semplice materia, e le sfilate di Tokyo James e Simon Cracker lo hanno dimostrato in modi molto diversi ma ugualmente interessanti. Da Tokyo James mi ha colpita soprattutto la qualità del lavoro sul layering, sempre sorprendente, costruito con una palette viva e con dettagli preziosi che non risultano mai decorativi, come i tessuti interamente rivestiti di perle. Il pezzo che continuo a ripensare è il pantalone della prima uscita: in pelle, con stringhe di pelle scamosciata a contrasto che, muovendosi, creavano un effetto drammatico e fortemente scenico. Un capo pensato per il movimento, capace di trasformare il passo in gesto. Con Simon Cracker il registro cambia completamente. Qui il focus è sulla decostruzione, sul riuso, su un’idea di moda lenta e consapevole che non rinuncia però all’ironia e alla forza visiva. I capi sembrano portare addosso una storia già vissuta, riassemblata con intelligenza e senso critico. È una moda che chiede di essere guardata con attenzione, perché il messaggio sta nei dettagli e nel processo, prima ancora che nell’immagine finale.
HUI: tradizione che diventa contemporanea

La sfilata di HUI è stata una delle mie preferite dell’intero calendario. Her Threads non è solo una collezione, ma un racconto stratificato che parla di memoria, identità e forza femminile. Huizhou Zhao riesce a trasformare una tradizione intima, come il Nü Gong, in un linguaggio contemporaneo e profondamente universale. Jacquard multicolor, ricchi ma mai ridondanti, e la palette costruita ad arte, con il rosso a predominare. I tagli ispirati alla tradizione orientale dialogano con naturalezza con elementi occidentali, come l’abbinamento sorprendente tra jacquard e tartan, che funziona proprio perché non cerca armonia facile, ma equilibrio. I lunghissimi kimono con stampe botaniche sono stati tra i momenti più poetici della sfilata: capi che si muovono lentamente, carichi di simboli, ma estremamente contemporanei nel gesto.
Il ricamo, qui, non è decorazione ma racconto silenzioso. Si nasconde nelle cuciture, sui polsini, lungo le schiene, come una memoria che non ha bisogno di essere esibita per esistere. HUI costruisce un ponte autentico tra patrimonio culturale cinese e linguaggio globale della moda contemporanea.
La maglieria che diventa opera d’arte: J. Salinas

A questo punto della fashion week, cioè l’ultimo giorno, praticamente ho il cervello letteralmente in pappa e nella mia testa viaggiano milioni di abiti, scarpe, accessori e borse. La stanchezza si fa sentire (e parecchio) eppure lì dove il corpo urla riposo, l’entusiasmo riesce a trascinare la mia macchina biologica fino alla sfilata di J. Salinas. E ne sono felice. Quest’uomo ha una specie di magia nelle mani. La maglieria è un’opera scultorea che stupisce ad ogni uscita. La collezione si chiama Virreinato e nonostante abbia una profonda identità peruviana, non si scade mai nel costume o nel folklore. Anzi, è una dialogo molto moderno fra le maestranze artigiane del Sudamerica e la necessità di rimanere nel contemporaneo moda. Le silhouette sono vere e proprie architetture regali, ognuna con il suo carattere ed il suo carisma. Il designer ha commentato: “Il Perù custodisce un patrimonio ricco di storie, tradizioni e culture che meritano di essere raccontate. Attraverso la moda voglio dare voce a queste narrazioni, portandole nel mondo con rispetto e creatività, per condividere l’anima autentica del mio Paese”.






