Ci sono pezzi che meritano umiltà. Come questo. Ammetto di non essere brava con la politica estera, ma leggo, ascolto e mi incuriosisco. Da Barbara Schiavulli, giornalista italiana di guerra e ideatrice di Radio Bullets, e da un incontro dedicato al Venezuela, ho capito che c’è tanto, tantissimo, oltre la tv. C’è la gente che brama libertà, che chiede giustizia e che ha fame.
Sappiate che questo Paese Sud Americano conta su riserve di petrolio tra le più grandi al mondo, ed è grazie (o purtroppo) ad esse che anni fa ha vissuto un periodo di forte prosperità. A oggi, a causa della crollo finanziario mondiale, è invece sprofondato nella peggiore crisi economica della sua storia, con un tasso di inflazione pari al 500%, con la decadenza del sistema sanitario e dell’assistenza sociale. Non stiamo qui a far politica, pro o contro Maduro; che poi, sia chiaro, in Paese nessuno dichiara di averlo votato, eppure lui è lì, come un despota. Siamo qui per parlare delle donne del Paese, le prime ad assorbire come spugne il fallimento della terra in cui vivono. I loro diritti e le loro scelte sono influenzati in maniera peculiare, soprattutto quando si parla di diritti riproduttivi, salute sessuale e violenza di genere.
Partiamo dalle gravidanze adolescenziali. Qui il tasso è sempre stato alto e il governo socialista, per far fronte al problema, ha emesso sussidi per la contraccezione, ma la Federazione Farmaceutica Venezuelana stima che dal 2005 le forniture anticoncezionali sono scese del 90%, con il conseguente incremento di malattie sessualmente trasmissibili, e di pratiche illegali legate ad aborto e sterilizzazione. Perché? Perché in Venezuela non ci sono più medicine, e nemmeno troppi medici (stanno emigrando o non hanno i mezzi necessari per lavorare). Le donne si ritrovano in situazioni disperate e chi ha il timore di morire di parto fugge nel vicino Brasile o in Colombia.
C’è poi la prostituzione. Unica via per sopravvivere e guadagnare qualche soldo. Come riportato da un’inchiesta online, la storia di Dayana, intervistata nel bordello dove lavora, è emblematica. Dayana ha 30 anni e, fino a poco tempo fa, era responsabile di un impianto di trasformazione alimentare alla periferia di Caracas. Fuggita dalla crisi alimentare e dalle rivolte civili che hanno intaccato il suo Paese, è arrivata a Bogotà, dove nessuno l’ha assunta. Ha dovuto quindi scegliere l’unico modo per mandare soldi a casa: prostituirsi. Adesso lavora in un bordello di Arauca, al confine con il Venezuela, in modo da far arrivare più velocemente soldi e cibo alla sua famiglia. Il bordello dove lavora Dayana è stato creato da un colombiano che trent’anni fa decise di trasferirsi in Venezuela. La crisi l’ha costretto a emigrare di nuovo in Colombia, ma nessuno lo prendeva a lavorare. Nel suo bordello lavorano 12 donne, tutte venezuelane. E come Dayana, queste donne facevano tutt’altro. C’è perfino una donna di 47 anni, già nonna, che in Venezuela faceva la maestra. In Colombia, dove la prostituzione è legale e ogni città ha il suo distretto del sesso, il mercato è invaso di donne e uomini che vendono il proprio corpo. Guadagnano come non riuscirebbero mai a guadagnare in Venezuela e vivono senza il rischio di non avere cibo o medicine.
E’ la disperazione a farle agire, quella che nasce dal peso di portare avanti famiglie con figli che si ammalano e muoiono, che piangono perché hanno fame, che non sorridono più. Le donne portano sulle spalle pesi troppo grandi e vengono considerate meno di zero. Pensate, arrivano anche a vendere i loro capelli per 17 euro.
Un girone dantesco all’ombra dell’equatore, fatto di mercato nero, delinquenza, povertà e prostituzione.
C’è bisogno di aiuto laggiù. Parliamone oggi, Giornata Mondiale della Donna, ma anche domani, e domani ancora!






