Quando il bersaglio diventa una donna: il caso Claudia Conte e il confine tra informazione e fango

Tra politica, vita privata e narrazione mediatica, il racconto rischia di trasformarsi in esposizione e gogna mediatica

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In queste settimane si sta parlando ovunque di Claudia Conte. Ma la domanda vera non è cosa abbia fatto, questo eventualmente sarà appurato nelle sedi opportune. La domanda è come viene raccontato.

Il dibattito si è concentrato sul rapporto tra Claudia Conte e il ministro dell’Interno Matteo Piantedosi, coinvolgendo il governo guidato da Giorgia Meloni. Non risulta alcuna azione giudiziaria e la vicenda si muove interamente sul piano mediatico e politico. È proprio in questo passaggio che una vicenda personale viene trasformata in un caso politico e, subito dopo, in un caso mediatico.

Quando una vicenda privata diventa terreno di scontro pubblico, il rischio è chiaro: smettere di informare e iniziare a costruire gossip. Non si tratta più di ricostruire fatti, ma di accostare elementi, suggerire collegamenti, creare percezioni che restano anche quando non sono dimostrate.

Quando il racconto si concentra sul profilo di una donna, il cambio di prospettiva è evidente. Il confine tra interesse pubblico e curiosità privata si assottiglia fino a scomparire e ciò che dovrebbe restare sul piano dei fatti scivola nella rappresentazione personale, spesso accompagnata da allusioni e sottintesi morbosi.

Qui entra in gioco un punto che non può essere ignorato. Il codice deontologico dei giornalisti è chiaro: la notizia deve essere verificata, essenziale, proporzionata all’interesse pubblico e rispettosa della dignità della persona. Non tutto ciò che è raccontabile è anche pubblicabile. Non tutto ciò che attira attenzione è informazione.

E allora la distanza tra questi principi e la narrazione che si è sviluppata attorno a Claudia Conte diventa evidente. Non perché si affronti un tema politico, ma per come viene raccontato. Episodi lontani nel tempo, dettagli privati, collegamenti ipotetici: elementi che non chiariscono, ma spostano l’attenzione dai fatti alla persona.

Quando la politica usa il privato per colpire, non è più politica. È un cambio di linguaggio che abbassa il livello del dibattito e contribuisce alla costruzione, o distruzione, di un’immagine. E quando questo meccanismo si innesta su una figura femminile, il rischio è ancora più evidente: il deprezzamento delle competenze lascia spazio alla narrazione personale.

Colpisce il contrasto con ciò che, solo poche settimane fa, veniva ribadito con forza l’8 marzo, Giornata internazionale della donna, o più formalmente Giornata delle Nazioni Unite per i diritti delle donne e per la pace internazionale. E colpisce ancor di più se si pensa che tra pochi mesi torneremo a parlarne il 25 novembre, Giornata internazionale per l’eliminazione della violenza contro le donne. Valori che non possono essere evocati solo in quelle occasioni e poi dimenticati quando una donna diventa bersaglio mediatico.

C’è poi un altro elemento. Il curriculum di una persona si costruisce nel tempo. Studio, lavoro, esperienza. Tornare indietro di dieci anni per giudicare il presente significa ignorare questo percorso. Nel frattempo si cresce, si lavora, si diventa professionisti.

A chi commenta con superficialità viene spontaneo chiedere: avete mai assistito a una moderazione di Claudia Conte? È una professionista preparata, capace, che svolge il suo lavoro con competenza. È su questo che dovrebbe misurarsi il giudizio.

Commentare in modo pruriginoso la vita privata, cercare collegamenti criminali attraverso associazioni ipotetiche, non è approfondimento. È una deriva che rischia di trasformarsi in una gogna mediatica.

Il punto non è sottrarre una persona a eventuali verifiche. Il punto è restare sui fatti, rispettare il confine tra pubblico e privato e non trasformare la dignità in una variabile accessoria.

Ed è proprio in questi momenti che si distingue l’informazione dal racconto pruriginoso.

Barbara Molinario