Di Andrea Festuccia
Quei criminali un po’ nerd un po’ precari.
Ex ricercatori di Macroeconomia, Neurobiologia, Antropologia, Lettere Classiche e Archeologia, finiti a fare lavori declassanti, si reinventano criminali, spacciando un nuovo tipo di “smart drug”: volete sapere come andrà a finire?
Il film di Sidney Sibilia che esce in questi giorni nelle sale di tutta Italia, “Smetto quando voglio”, indurrà una buona parte della generazione dei trentenni-quarantenni a riconoscersi, almeno per un periodo della propria vita, negli strampalati (a volte lucidissimi) personaggi – tutti ex “ricercatori di successo”, che ormai vivono ai margini della società, facendo chi il benzinaio, chi il lavapiatti, chi il giocatore di poker. E’ l’Italia, si dirà, e fin qui non ci sarebbe nulla di nuovo nel dipingere una generazione costretta, dopo anni di studi, a fare lavori per i quali non è prevista alcuna formazione.
E in effetti è la cronaca ad aver dato lo spunto al regista del film per questo progetto. Racconta Sidney Sibilia: “La prima fonte di ispirazione è stato un trafiletto su un quotidiano che titolava ‘Quei Netturbini con la laurea da 110 e lode‘. In pratica si parlava di due ragazzi laureati in filosofia con tanto di master, che lavoravano per l’AMA, la società che si occupa della pulizia delle strade a Roma. Due Netturbini che all’alba, mentre spazzano il marciapiede, discutono della Critica della Ragion Pura è stata la prima, e per molto tempo l’unica, immagine del film.
Da qui, però, parte una sceneggiatura sicuramente originale e ben studiata: con un cast di attori ben “in parte” (Edoardo Leo, Valeria Solarino, Valerio Aprea, Paolo Calabresi, Libero De Rienzo, Stefano Fresi, Lorenzo Lavia, Pietro Sermonti, Neri Marcorè), i nostri ex-ricercatori diventeranno una banda in ascesa nel mondo criminale, più o meno organizzata, che ha trovato l’ ispirazione nell’infilarsi in quel “gap” della legge costituito dall’avanzare – anzi, dalla corsa – di nuove droghe (le smart drugs) non considerate illegali finché non vengono ufficialmente censite dalle istituzioni, e che usa le proprie competenze (sì, anche l’archeologia!) per farsi strada.
Ma, come gestire il successo?









