Alice sulla croisette de “Le meraviglie”

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 Di Andrea Festuccia

Il nuovo film di Alice Rohrwacher

Dodici minuti di applausi a Cannes per l’unico film italiano in concorso, la storia di quattro sorelle  e dell’estate della loro crescita, in un regno agricolo quasi incantato.

Dopo “Corpo celeste” del 2011, film che mostrava attraverso un’adolescente il volto degradato di una Calabria devastata dall’abusivismo edilizio e dall’invasione dei modelli televisivi nella vita reale, compresa quella parrocchiale,  Alice Rohrwacher torna a misurarsi con un lungometraggio con “Le meraviglie”, accolto trionfalmente sulla croisette, nelle sale italiane da questo week end. Anche qui, forte il ruolo della televisione come metro di misura, nel bene e nel male, rispetto all’esperienza quotidiana.

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La storia è questa: Gelsomina, dodici anni, è una sorta di capofamiglia per le sue tre sorelle: le devono obbedire, dormire quando decide lei, e lavorare sotto il suo assiduo controllo. E il mondo, fuori, non deve sapere niente delle loro regole, deve essere mantenuto separato e bisogna imparare a mimetizzarsi. Questo ruolo gliel’ha concesso il padre, che vede il lei la sua erede: Gelsomina ha un talento speciale per il lavoro con le api e con il miele. È lei che cattura gli sciami sugli alberi, è lei che organizza la smielatura e sposta gli alveari. Il padre, Wolfgang, ha un problema però: deve metter a norma il laboratorio del miele, lo voglio le normative Ue. Invece Gelsomina vorrebbe partecipare (ma non è corrisposta dal padre)  a un programma che promette soldi e crociere: è “Il paese delle Meraviglie” ed è condotto dalla fata bianca Milly Catena (Monica Bellucci, una parte piccola ma importante nel film). Nel frattempo piomba nella vita della famiglia un altro maschio, Martin, che viene da un programma di rieducazione dello stato tedesco. Wolfgang lo ha preso a lavorare, alla ricerca di manodopera a baso costo.  La molla si carica: da una parte un bambino silenzioso e sfuggente in cui Wolfgang proietta il figlio maschio tanto desiderato, dall’altra la forza centripeta ormai inarginabile di Gelsomina, che è disposta a tutto pur di rivedere la fata bianca.

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 “Sono persone, racconta Alice Rohrwacher, arrivate in campagna per una scelta politica, perché nelle città non c’era più posto, e anni di manifestazioni sono stati soffocati dalla violenza e dalla delusione”. Sono diventati contadini autodidatti e quel che resta loro è la famiglia.“Non si è dei veri contadini perché non si viene dalla terra, ma non ci si può neanche definire cittadini perché si sono tagliati i ponti con le città, non si è hippies perché ci si spacca la schiena dalla mattina alla sera, ma non si è neanche imprenditori agricoli perché ci si rifiuta di usare tecniche più produttive di coltivazione, in nome di una vita sana. Non essendoci un movimento, una definizione con cui ci si possa chiamare da fuori, ecco che resta solo una parola: famiglia. Proprio quella che nel sessantotto tanto volevano spaccare, ora è la loro arca di Noè, è il loro unico riparo. Loro sono una famiglia”.