FNM People – Intervista ad Antonio Marras

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Fashion News Magazine- Portrait Antonio_by MARIO SORRENTI

Di Denise Ubbriaco

FNM People – Intervista ad Antonio Marras

Antonio Marras: “Parafrasando Cechov, posso dire che la moda è la mia moglie legittima, l’arte è la mia amante.

Antonio Marras: una vera eccellenza Made in Italy! Uno dei suoi tratti distintivi? Indubbiamente, la curiosità. Trae ispirazione dall’arte, dalla musica, dalla poesia per raccontare la sua moda e tutto ciò si sposa fedelmente con un’indiscutibile sapienza artigiana. La sua creatività è moda – arte e va oltre le passerelle. Per saperne di più, leggete la mia ad Antonio Marras.

Mi dica di più sul suo conto. Chi è Antonio Marras?

Io dico sempre che sono uno prestato agli stracci. C’è chi mi definisce artista o designer o poeta. Io sono solo uno che ama curiosare e comunicare, dire, narrare utilizzando anche linguaggi diversi. Sicuramente, ho bisogno di raccontare storie e sono attratto dalla poesia e dal lavoro del poeta. Il poeta rifiuta le regole logiche di conoscenza della realtà, viola i codici, libera tutti i sensi, tutte le facoltà immaginative e dà voce all’inesprimibile. Per questo, sento molto vicini i tratti distintivi del linguaggio poetico: lo scarto linguistico, la violazione delle  regole grammaticali e sintattiche, l’uso libero e personale delle parole, scelte, combinate, accostate in modo inconsueto così da creare  giochi, analogie, sinestesie, ossimori  e provocare esplosioni,  insospettati cortocircuiti semantici. Io, però, lavoro con gli “stracci”!

Ha sempre desiderato lavorare nel mondo della moda?

“Sempre con la matita in mano e un tavolo che scompariva dietro una montagna di fogli e scarabocchi, intoccabile! Così dice mia madre che vedeva vanificato ogni tentativo di mettere ordine. Da allora, la mia fantasia era caoticamente affollata. Da allora, preferivo stare fuori dalle righe, fuori dai margini! Non avevo mai pensato a disegni per vere collezioni. Quando un produttore di abbigliamento me lo propose, rifiutai per almeno due anni. Non sapevo da che parte iniziare. Poi, Patrizia mi convinse e, nel 1987, nacque la mia prima collezione che, inaspettatamente, ebbe un gran successo.”

Ricorda quando ha realizzato la sua prima creazione?

Si! Un abito anni ‘50 con un’ampia gonna in plissé in micro pied de poule, ispirato a Bette Davis nel film “Piano piano dolce Carlotta”. Sono molto affezionato a quell’abito.”

Quando e come ha avuto inizio il suo percorso professionale?

“Sono cresciuto in mezzo ai tessuti, nelle butigas di famiglia. Mi perdevo tra montagne di stoffe e respiravo quell’aria che poi mi avrebbe guidato in questo mondo complesso e sfaccettato. Fin da allora, ho un approccio istintivo con i materiali e mi definisco “un operatore di tessuti”. Mi piace guardarli, soprattutto toccarli. La sensazione tattile me li fa sentire miei, una cosa che mi appartiene. Ne arrivano a valanghe, da ogni parte, dall’Italia e dall’estero, ed io li controllo uno ad uno. Ho un rapporto stretto e privatissimo con i produttori, ai quali faccio fare cose assurde che, poi, tradotte, diventano altro. Il tessuto è per me materia da plasmare, modellare, materia a cui dare forma o da cui trarre forma.”

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Quale ricordo custodisce della prima collezione haute couture donna che porta il suo nome.

Ricordo l’abito bianco FILI LAI LAI dedicato alla mia grande musa e amica: l’artista Maria Lai. Ricordo mio figlio Efisio che piccolino guardava incantato le creazioni di Lella Curiel e trovava le nostre troppo poco “couture” con tutte quelle bruciature, orli sfrangiati e accrocchi di tessuti e materiali.”

Nel 2003, la grande occasione. E’ stato chiamato come direttore artistico della maison Kenzo di Parigi. Mi dica di più.

“È stata senza dubbio un’esperienza importante. Lavorare per altri vuol dire mettersi in gioco, aprirsi al confronto, allo scambio di idee e di interessi, all’incontro-scontro. Vuol dire percorrere strade, a volte, impervie e tortuose, ma che portano a mete di sicura ricchezza. Percorsi fondamentali in qualsiasi attività e, ancor di più, nel complesso universo della moda. Una tappa significativa, dunque, a livello professionale. Collaborare con una maison che ha contribuito a trasformare la moda della seconda metà del XX secolo con tagli all’avanguardia, disegni e colori inconfondibili! Molti i punti in comune con il mio mondo: la curiosità culturale per lontani paesi, per poi tornare alle proprie radici, il nomadismo intellettuale débridé e il radicamento alle proprie origini, il desiderio di spaesamento nell’uso dei colori e nel mix delle forme. Ho reinterpretato, reinventato stampe, tessuti, colori, esplorando a fondo le tradizioni dell’Oriente, mescolandole e fondendole con quelle dell’Occidente. Ho messo a confronto l’abito sardo con il Kimono, geometrie, proporzioni, disarmonie modali per poi trascendere, accumulare, modificare, sconfinare in nuovi scenari tra culture diverse, equilibri tra passato e presente, vecchio e nuovo, conciliando elementi eterogenei, in apparenza opposti. Credo che l’esperienza di Kenzo abbia confermato o riconfermato che mondi distinti e lontani possono tessere dialoghi, mettere a confronto linguaggi e dare origine a nuove identità.

Mi racconti un aneddoto o un ricordo speciale sulla sua carriera.

Ricordo che, dopo la mia prima sfilata in calendario ad ALTA MODA Roma, nel 1996 (sfilata che pensavo fosse passata del tutto inosservata) sono stato invitato a partecipare alla prestigiosa e popolarissima trasmissione televisiva “Donna Sotto le Stelle”. Sfilare nella famosa scalinata di Piazza di Spagna con tutti i grandi nomi della moda. I miei abiti tra rami in testa, campanacci sulla schiena e fili cascanti, sembravano arrivare da un altro pianeta. Ricordo che Nicola Trussardi si avvicinò e ci chiese: “Di chi sono questi abiti? Di Vivienne Westwood?” Per me è stato un grande complimento. Adoro la straordinaria stilista inglese!

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Il suo stile è inconfondibile, si distingue per la poetica e per i richiami al mondo dell’arte, della musica e della letteratura. Dico bene?

Parafrasando Cechov, posso dire che la moda è la mia moglie legittima, l’arte è la mia amante. Difficilmente riesco a sottrarmi alle tentazioni, alle sirene dell’arte. Le incursioni nell’arte ormai fanno parte di me. In tutte le mie collezioni e, in particolare nelle sfilate, si condensa il mio modo di pensare e lavorare, sempre in divenire, e tutte nascono dall’intreccio, dalla fusione di vari linguaggi, teatro, disegno, musica, danza, cinema, fotografia, luci, suoni. La curiosità, il desiderio di conoscere mi spinge istintivamente e incoscientemente lungo percorsi esplorati da altri e, a me, quasi sconosciuti.”

Il legame con la sua terra influenza le sue creazioni?

La Sardegna è il centro di ogni mia ricerca. Da essa, traggo storie, colori, procedimenti artigianali ed elementi stilistici. È una fonte di ispirazione inesauribile, perché è una delle aree più stratificate d’Italia e non solo. Influssi mediterranei, fenici, punici, bizantini, arabi, catalani, spagnoli, francesi e così via, ci fanno essere quelli che siamo, nella lingua, nei pensieri e nel vestire. Il costume sardo affascinò e affascina per la straordinaria varietà, per gli elementi strutturali, decorativi, cromatici e per il suo significato di identificazione etnica.Tutto, nel vestire tradizionale sardo, parla, comunica. Capi di abbigliamento, ornamenti personali, ricami esprimono la dimensione sociale delle persone che li indossano e ne conservano e trasmettono gli stati emotivi, le memorie, i valori. I moduli decorativi sono carichi di significati simbolici. Gioielli in filigrana, amuleti, trine, tele ricamate, asimmetrie, intarsi di tessuti preziosi e poveri, assemblati tra loro, danno vita a soluzioni sempre nuove, a creazioni di estrema attualità, in cui convivono storia e contemporaneità.

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Le sue collezioni conciliano gli opposti e rendono locale il globale e globale il locale. Per lei, quanto sono importanti le contaminazioni ?

I tratti che mi distinguono sono la contaminazione, la variazione, l’accumulo. Incrociare, intrecciare, comporre, mettere insieme, mescolare, sporcare, rendere impuro, porre a contatto superfici, oggetti, materiali, elementi diversi per scatenare esplosioni, cercare nuove strade: è questo che mi affascina e questa è la base di ogni progetto sia nell’ambito dell’arte che della produzione. Ad esempio, io sono un artigiano, da sempre convinto che l’artigianato sia strumento di sviluppo, vero motore capace di rileggere e interpretare il passato, ma anche progettare il futuro e proiettare in esso il profilo di un popolo. Soprattutto oggi, in un mondo globalizzato e decisamente avviato verso l’omologazione, all’artigiano spetta un difficile compito di affermare il diritto a difendere e salvaguardare le proprie peculiarità e valorizzare la diversità come fattore di ricchezza e patrimonio da custodire e far conoscere a tutti.

Che mi dice del binomio tradizione – innovazione?

Questo dovrebbe essere il nostro compito: riconoscere, interpretare, ravvivare e riportare alla luce ciò che è stratificato nel tempo ovvero la tradizione. I segni, le parole, i codici in apparenza persi, possono essere ritrovati per ricostruire così un’identità  frantumata e lacerata. L’abito diventa il miglior documento per interpretare il passato, conoscere la nostra storia e la nostra cultura e costruire il nostro futuro.”

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Quali materiali predilige per le sue creazioni? A chi sono rivolte?

Mi piacciono i tessuti e ho da sempre con loro un rapporto quasi affettivo. Quali preferisco? Nuvole di voile, raso, organza, chiffon, crepe, taffetà, mussola, viscosa, cady, georgette, batista, duchesse? Trasparenti, aerei, leggeri, vaporosi, fruscianti o pesanti, corposi, fastosi, consistenti? Forse questi ultimi, con la loro leggera pensosità. Tra tutti mi affascina il velluto, ha mille sfaccettature, è un tessuto doppio, fatto di una miriade di minuscoli anelli di filo che formano un tutto meraviglioso, una sola moltitudine. Mi piace il damasco, il velluto damascato. Mi incanta il gioco di intrecci, catene e trame che creano decorazioni, disegni resi visibili dal riflesso della luce che dà vita a contrasti magici di lucido e opaco, trama e ordito. Una semplice lettura dei titoli rivela il mio mondo, le mie donne, in apparenza così lontane tra di loro, in realtà tutte forti, intelligenti, creative e indipendenti. Ogni collezione racconta una storia diversa, non esiste un tema ricorrente e neppure un preciso tipo di femminilità a cui io mi riferisca. Confesso che temo sempre la domanda sulla mia donna ideale: “la donna sarda, forte e fiera o una donna più globale e ideale?” Mi sembra poco rispettoso ridurre le donne a un “tipo”, a uno stereotipo da prendere a modello. La realtà femminile è variegata, stratificata, molteplice e in un abito, nei suoi segni, nelle sue forme e, soprattutto, in quello che racconta, ci si deve riconoscere e scoprire la storia della propria identità. Ci sono donne che mi attraggono, ad esempio Pina Bausch, Silvana Mangano, Isabelle Huppert. Certo, quando disegno sogno una donna libera che possa esprimere e realizzare sogni e desideri. Così sono nate le collezioni dedicate a tante donne: Maria Lai con “Fili Lai Lai”, Ligazzosrubios, Annemarie Schwarzenbach, Badd’e Salighes, Il sogno di andar restando, L’amore quando ti colpisce…, Gonario e Luisedda, Amelie, Eleonora d’Arborea,  Rina de Liguoro, Casa di bambola, Sorelle Altara, Ofelia, Charlotte Salomon, Camille Claudel, Blanquita Suarez, Paska Devaddis.”

E’ riuscito ad imporsi nel mondo della moda, entrando a pieno titolo tra i rappresentanti più noti del Made in Italy all’estero. Qual è stato e qual è il segreto del suo successo?

Successo? Non sapevo di avere questo successo. Io sono un artigiano e lavoro come un artigiano.”

Cos’è, per lei, la moda?

Molti dicono  che la moda è sinonimo di frivolezza, superficialità, effimero, vuoto, invece è un mondo complesso che può sprigionare sorprendenti energie, forti richiami e stretti legami con altri mondi come cinema, arte, artigianato, lavoro. E’ un settore che dà occupazione e, se funziona bene, può diventare fonte di grande ricchezza per il nostro Paese. Eppure, questa forza non viene riconosciuta né valorizzata abbastanza, purtroppo.”

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So che è molto curioso ed ama cimentarsi in mondi sconosciuti. Oltre alla moda, a quali ambiti rivolge la sua attenzione?

Uno dei miei tratti distintivi è sicuramente la curiosità. Limitare l’esperienza a un solo ambito non fa parte del mio carattere. Amo cimentarmi in mondi sconosciuti. Non riesco a scindere il lavoro in settori come arte, moda, spettacolo. Mi piace esplorare più superfici, pronto a captare, tradurre, rilanciare ciò che vive nel mio immaginario. Amo la sperimentazione che mi permette  di proporre nuove configurazioni e riformulazioni al di fuori delle esigenze progettuali  del fare moda. Da ciò, nascono le mie cosiddette incursioni nell’arte, nella letteratura, nella poesia: il progetto “Trama doppia”, le mostre, “Llencols de aigua” con Maria Lai, “Uno più uno meno” con Claudia Losi, “Il Racconto della forma”, “Minyonies”, “Noi facciamo. Loro guardano” con Carol Rama, “Lesfunerailles de la baleine” , “Corpsexquis”, “Archivio provvisorio”  per la  Biennale di Venezia, “La cadia de ma xia” per il  Settembre dei poeti di Seneghe e l’Auditorium della Musica di Roma, “Un altro tempo” per il MART e tante altre iniziative. Le incursioni nell’arte fanno parte di me. Del resto, da sempre, per chi lavora in questo campo, l’arte è stata fonte privilegiata di ispirazione e vi è uno stretto confronto dialettico tra mondo dell’arte e mondo della moda.”

Nel suo lavoro, cosa le regala maggiori soddisfazioni?

Sono uno scontento cronico…”

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Come mai ha deciso di unificare le sfilate donna e uomo, presentando entrambe le collezioni Primavera Estate 2017 durante la prossima edizione di Milano Moda Donna a settembre 2016?

L’ho sempre auspicato. Sin dalla mia prima sfilata da donna, ho inserito l’uomo e viceversa. I due universi fanno parte dello stesso mondo.Vivono nella stessa casa. Hanno le stesse passioni. Qual è il senso di avere due palcoscenici? Io sono un grande sostenitore delle sfilate come momento topico, come la rappresentazione di una piéce teatrale, di un film con una trama, personaggi, colonna sonora. Non esiste nessun mezzo che arrivi a raccontare un mondo attraverso un abito come una sfilata! Quindi, finalmente questa decisione: raccontare il mondo Marras attraverso il concetto di yin e yang, maschile e femminile, la luna e il sole, luci ed ombre.”

Questa scelta non inciderà sulle tempistiche di produzione, giusto?

No, le tempistiche di vendita e di consegna rimangono invariate. Certo, sarebbe più opportuno anticipare le sfilate donna di settembre e di febbraio a giugno e a gennaio. Un unico calendario ufficiale uomo e donna insieme, ma anticipato. Le consegne e il servizio ai clienti ci guadagnerebbero non poco! Sarà il prossimo passo?

Cosa ci riserva la prossima collezione?

Sono superstizioso. Non parlo mai delle collezioni che non sono ancora uscite. Fino all’ultimo momento tutto può cambiare e variare.”

Progetti futuri?

Grandi progetti ! Ne parliamo un’altra volta? Merita.”

Sogno nel cassetto?

Sogno? Forse girare un film.”

Ringrazio Antonio Marras  per la sua disponibilità.

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26/05/2016

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