Ci somiglia davvero? L’icona nell’era dello scroll

0

Una volta erano lontane. Donne magnetiche che guardavamo salire le scale del potere o scendere quelle di Cannes con la grazia di un’apparizione.
Le icone di stile erano rare, irraggiungibili, quasi sacre.
Ci si ispirava.
Oggi, ci si confronta.

È una differenza sottile ma pericolosa: l’influencer contemporanea non è più un ideale da ammirare, ma uno specchio deformante in cui si è costretti a riflettersi ogni giorno.

Nell’universo visivo e vertiginoso in cui cresce la Gen Z, il modello ispirazionale si è frantumato in mille frammenti algoritmici.
Il look di una ragazza vista su TikTok alle 9 di mattina può già essere vecchio alle 15.
Il carisma è dettato dalla viralità. Lo stile, dalla replicabilità.
E così, più che un’icona, oggi funziona una estetica da indossare come un filtro.

Ma cosa succede, psicologicamente, a una generazione che si costruisce l’identità così?

LA FRAMMENTAZIONE DELL’IO E L’ANSIA DA ESTETICA

Gli adolescenti di oggi crescono sotto la pressione costante dell’esposizione visiva. Non si vestono più per uscire: si vestono per apparire.
Ogni scelta estetica è potenzialmente pubblica, giudicata, salvata, imitata.
E questo genera un’iperidentificazione estetica: si è ciò che si mostra.

La psicologia ci dice che in età evolutiva l’identità ha bisogno di solidità, di tempo per germogliare.
Ma nel flusso dei microtrend — dove oggi è “coquette”, domani è “mob wife” e dopodomani “clean girl” — anche l’identità si liquefa.
Il sé diventa fluido non per scelta, ma per stanchezza.

Il rischio? Una generazione che non riesce più a distinguere il proprio desiderio da quello dell’algoritmo.
Che confonde l’originalità con la performance.
Che cambia pelle mille volte, senza mai sentire di abitare davvero la propria.

LE ICONE DI OGGI NON SONO PIÙ MITOLOGIE, MA METRICHE

C’è poi un altro aspetto, più sottile ma devastante:
le nuove icone — influencer, modelle, content creator — non esistono per il loro carisma, ma per la loro funzionalità.
Funzionano perché convertono, generano engagement, “fanno numeri”.
E il rischio, per chi guarda, è spaventoso: confondere l’ammirazione con il desiderio di somigliare.
Non a una persona, ma a un profilo ottimizzato.

Nella Gen Z si sta insinuando un’idea nuova e silenziosa: per essere visibili, bisogna essere vendibili.
Corpi scolpiti, visi levigati, look pensati per funzionare nello scroll.
La spontaneità non è più premiata. L’imperfezione, solo se estetizzata.

COME USCIRNE? TORNARE ALLA VERITÀ DELL’IMPERFETTO

Forse la via d’uscita non è più cercare “nuove icone”, ma nuove narrazioni.
Non più seguire chi detta tendenze, ma ascoltare chi apre domande.
Servono modelli che non performano l’autenticità, ma la vivono davvero.
Che mostrano il processo, non solo il risultato.

E forse, alla fine, lo stile tornerà ad essere un gesto intimo, un modo per sentirsi a casa dentro la propria pelle.
Non un costume per la scena.
Non un algoritmo da decifrare.

Perché sì, oggi ci somigliano tutti. Ma pochi ci parlano davvero.
E la vera icona, forse, è chi ha il coraggio di restare se stessa anche quando nessuno guarda.

Credit foto Autentica 504

Ida Galati