The selfie syndrome

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selfie FNM

Di Giulia Iani

The selfie syndrome.

Continua il nostro approfondimento sulla selfie mania divenuta una vera e propria sindrome.

 

Che “selfie” sia diventata la parola più utilizzata nel 2013 è noto a tutti (tanto da essere stata persino inclusa nell’Oxford Dictionary sotto la definizione di “fotografia fatta a se stessi, solitamente scattata con uno smartphone o una webcam e poi condivisa sui social network”), ma quanti di noi hanno mai pensato al fatto che i self-portraits, gli autoritratti dei più grandi pittori di tutte le epoche, possano essere considerati gli antenati degli attuali selfie?

L’autoritratto implicava infatti un forte culto della propria personalità che non di rado veniva ostentata e sottoposta ad idealizzazioni più o meno marcate. Certamente la pratica dell’autoritratto costituiva per gli artisti un documento storico e umano e un testamento visivo della propria condizione psicologica ma soprattutto della visione di se stessi ed assumeva sempre più una funzione introspettiva.

Quanto di questo può essere oggi collegato alla “necessità” di scattarsi una foto e perché lo si fa?

Spesso si vuole mostrare agli altri di non provare disagio nel far vedere qualcosa di sé. Perché però tutti vogliono esibire qualcosa? Si tratta di mania, ostentazione o forse si vuole essere accettati socialmente dagli altri?

I selfie spesso possono indicare il personale benessere psicologico ed essere quanto più collegati alla pratica della fototerapia. Lo strumento fotografico consente infatti ai pazienti sottoposti a questo tipo di terapia di realizzare connessioni con la propria memoria e di portare alla luce i sentimenti più nascosti.

Judy Weiser, psicologa, arte-terapeuta, direttrice del PhotoTherapy Centre di Vancouver e autrice del libro “Fototerapia. Tecniche e strumenti per la clinica e interventi sul campo” (un libro che spiega il potere terapeutico delle fotografie), sostiene che il selfie, pur consentendo ai pazienti di stabilire un dialogo con se stessi, non sempre riproduce la realtà proprio perché dietro i selfie spesso si cela un’alterata percezione di questa.

Condividere continuamente i propri autoscatti sui social network sarebbe per alcuni sintomo di una forte tendenza narcisistica tanto da essere stata coniata la definizione di “The selfie syndrome”.

Gli effetti provocati dalle piattaforme più famose ed utilizzate (come Facebook o Twitter) si dividono infatti tra chi mostra di avere una personalità spiccatamente narcisistica e chi al contrario tende ad essere insicuro e fragile. Secondo una ricerca condotta dalla California State University un uso eccessivo dei social può provocare problemi di tipo ossessivo – compulsivo o disturbi narcisistici della propria personalità, depressione, iperattività, ipocondria ma soprattutto dipendenza.

E’ vero che per amare gli altri è necessario prima saper amare se stessi, ma il narcisismo è davvero una reazione così inevitabile nella nostra cultura sociale? Se per una volta mettessimo da parte l’esigenza di mostrarci agli altri e provassimo a vedere con occhi diversi non solo noi stessi, ma il mondo, questo non sarebbe forse our better SELF?

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