Di Andrea Festuccia
The Search, il film sull’orrore della guerra in Cecenia
Il regista del film premio Oscar “The Artist” torna con un film dallo stile completamente diverso, che trae ispirazione da Full Metal Jacket ma anche dai racconti dei sopravvissuti ai genocidi nei campi dei rifugiati.
“Kolia è un ragazzo normale che piomba nell’inferno della guerra. Per me, il modo migliore per definirlo è invertire la classica metafora: Kolia non è un bruco che si trasforma in farfalla, ma una farfalla che si trasforma in un bruco. È questo l’effetto che la guerra ha su di lui. All’inizio Kolia è come una farfalla che vola, sa essere felice, momento dopo momento, giorno dopo giorno. Alla fine è il contrario, incapace di provare felicità, si trascina come un verme…” Kolia è un giovane russo di 20 anni, che si è appena arruolato nell’esercito e che verrà travolto dalla quotidianità della guerra in Cecenia. A parlare è l’attore che lo interpreta, Maxim Emelianov.
Siamo nel 1999, al tempo della seconda guerra cecena. Il film “The Search”, diretto da Michel Hazanavicius, il regista del film premio Oscar “The Artist”, racconta la storia di quattro persone, di quattro destini che il conflitto farà incrociare. Fuggendo dal suo villaggio, dove i genitori sono stati massacrati, un ragazzino si unisce alla massa dei rifugiati. Incontra Carole, capo delegazione per l’Unione Europea, e lentamente, con il suo aiuto, tornerà alla vita. Nello stesso tempo Raïssa, la sorella maggiore, lo cerca disperatamente tra la folla dei civili in fuga. E Poi c’è Kolia, il giovane soldato russo.
Il film è ispirato all’omonimo “The Search” di Fred Zinnemann (1948), un melodramma su un bambino uscito dai campi di concentramento che incontra un soldato americano tra le rovine di Berlino. Nello stesso tempo sua madre, anche lei sopravvissuta ai campi, lo cerca in tutta Europa. Un bel film che ha convinto Hazanavicius che quello drammatico poteva essere un buon approccio. Ma poi ci sono altri riferimenti: “Un’amica rwandese sfuggita al genocidio mi aveva inviato la mail di un amico che lavorava per Medici Senza Frontiere in Kenya, a Dabaab, nel più grande campo di rifugiati al mondo, dove vivono oltre 400.000 persone. La mail terminava con una frase che mi ha colpito molto: “Più che di documentari, abbiamo bisogno di veri film con delle storie, così che la gente possa capire cosa succede con commozione”. In qualche modo ho fatto mia questa richiesta”. In generale, l’obiettivo di Hazanavicius è stato quello di mostrare come un sistema può stritolare le persone e trasformarle in assassini. Nelle sale italiane dal 5 marzo.









