Di Andrea Festuccia
Un film per non dimenticare l’orrore nazista
Il processo in Israele nel 1961 al criminale nazista Adolf Eichmann apre al mondo, attraverso la diretta Tv, il confronto drammatico con l’Olocausto.La storia del criminale nazista Adolf Eichmann, la sua fuga in Sudamerica e la cattura da parte del Mossad, il servizio segreto israeliano,il processo e la condanna a morte per impiccagione, continuano ad essere materia per letteratura e cinema. Basti citare, nel passato, il famoso libro di Hannah Arendt “La banalità del male: Eichmann a Gerusalemme”, o il film televisivo “The Man who captured Eichmann” con Robert Duvall del 1996. Ora, la sua storia torna d’attualità con il film, in uscita in Italia per tre giorni, il 25, 26 e 27 Gennaio – in occasione della “Giornata della Memoria” – “The Eichmann Show, il Processo del Secolo” per la regia di Paul Andrew Williams interpretato da Martin Freeman e Anthony Lapaglia
La trama: Gerusalemme 1961. Il geniale produttore televisivo Milton Fruchtman assume il regista Leo Hurwitz (finito nella ‘lista nera’ di McCarthy) per occuparsi delle riprese TV del processo al feroce criminale nazista Adolf Eichmann. Quello che viene offerto a Hurwitz è un lavoro dalle dimensioni epocali: per la prima volta nella storia un processo sarebbe stato trasmesso in TV e per la prima volta il mondo intero avrebbe assistito alle scioccanti testimonianze dei sopravvissuti all’Olocausto. Il risultato di questa importante operazione fu che l’80% della popolazione tedesca guardò almeno un’ora del programma ogni settimana; che venne trasmesso su tutte le reti in USA e Gran Bretagna; ma soprattutto che finalmente, dopo 16 anni dalla fine della guerra, si cominciò a parlare apertamente dell’Olocausto.
Così Martin Freeman (Milton Fruchtman) racconta la sua esperienza: “Era interessante capire chi fosse Eichmann, una persona dall’aspetto assolutamente insignificante, che non aveva affatto l’aria di un mostro malvagio, bensì di un tipo normale, ordinario. Penso che tutto ciò fosse importante per Milton. Importante dal punto di vista del produttore televisivo, ma anche come essere umano. Tutto era accaduto 15 o 16 anni prima – e comunque nel corso della loro vita. Dovevano capire meglio, e credo che alla fine del processo tutti capirono un po’ di più. Perché la gente arriva ad un punto in cui possono accadere queste cose? Nonostante il processo non abbia certamente dato una risposta a tutte le domande, ad alcune di esse forse sì. Credo che ci abbia insegnato che le persone responsabili di questi crimini orribili non sono mostri e non hanno due teste. Parlano, si muovono e spesso pensano anche in modo simile a noi. E’ questo l’aspetto più spaventoso di tutti”










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