Intervista a Emanuele Vezzoli

Emanuele Vezzoli: “Mi piacerebbe la direzione di una tragedia classica”.
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Emanuele Vezzoli, attore e regista, noto al grande pubblico per aver portato in scena spettacoli teatrali di successo e per le sue travolgenti interpretazioni in numerosi film e fiction televisive, arriva a Milano, in occasione del Festival Milano Off, con due appuntamenti imperdibili. Dall’11 al 18 giugno, andrà in scena “Non mi ricordo più niente”, un atto unico di Arthur Miller, di cui Emanuele Vezzoli ha curato la regia, e, dal 12 al 17 giugno 2017, lo spettacolo “Ocean Terminal”, ispirato dall’omonimo romanzo autobiografico di Piergiorgio Welby (a cura di Francesco Lioce, Castelvecchi Editore), diretto e interpretato da Emanuele Vezzoli. Per saperne di più, ho intervistato Emanuele Vezzoli.

Dopo tanti successi, chi è oggi Emanuele Vezzoli?

Credo di essere un uomo che ha saputo conservare la semplicità del ragazzo che ero. Ho un ottimo rapporto con le persone, con i colleghi di lavoro e conservo una Weltanschaung romantica, quella che già avevo da ragazzo quando ero meno disincantato. Amo il Lieto Fine, amo la vita semplice e mi piace avere gli amici intorno.”

Lavorare nel mondo dello spettacolo è sempre stato il suo sogno, sin da bambino?

Sì, è un sogno che non ho inseguito, anzi potrei dire di essere stato inseguito dal sogno del teatro che un bel giorno è entrato in casa mia. Sono cresciuto in casa Ratti, proprietario delle omonime e famosissime seterie comasche, e Antonio Ratti portò gli spettacoli del Piccolo Teatro di Milano all’interno della fabbrica. Fu così che feci la conoscenza del teatro e di attori quali Buazzelli, Albertazzi, Proclamer, Gaber ecc. Non contento di questo, il signor Ratti istituì una scuola di recitazione per i propri dipendenti e per i figli dei dipendenti ed ecco spiegato come all’età di dodici anni mi ritrovai a recitare sotto la direzione di Adriano Vercelli. Il mio sogno cominciò a prendere consistenza una domenica pomeriggio a Milano, dopo aver assistito ad una replica del Giardino dei Ciliegi con Valentina Cortese (con la quale avrei più tardi lavorato) e Gianni Santuccio. Dopo la maturità, approdai alla scuola del Piccolo Teatro di Milano, diretta da Giorgio Strehler.

Ha iniziato la sua carriera con Franco Parenti e Andrée Ruth Shammah. Ha lavorato con importanti nomi dello spettacolo. Quali sono gli insegnamenti che porta con sé?

Ho preso tutto quello che sono stato capace di prendere da tutti i maestri con i quali ho lavorato. Di tre o quattro di loro, riconosco di conservare delle regole basilari sulle quali poggia il mio concetto di professione sia come attore che come regista. Senza dubbio, il primo e fondamentale rapporto è stato quello con Franco Parenti del quale ancora oggi trasmetto gli insegnamenti agli attori più giovani. Un altro maestro ed amico è Jean Paul Denizon con il quale ho lavorato più anni e che mi ha introdotto al teatro di Peter Brock. Tanti altri, da Zeffirelli che mi ha trasmesso la passione per il melodramma a Giuliano Vasilicò, fantastico visionario e sperimentatore. La regola imperativa e comune lasciatami da questi maestri è quella di considerare il teatro e se stessi come territori mai del tutto conosciuti  che necessitano d’essere continuamente esplorati attraverso un lavoro faticoso, artigianale ed intellettuale al contempo.”

Vuole raccontarmi un aneddoto sulla sua carriera?

Un giorno, mi trovavo sul set di uno spot pubblicitario, diretto da Gabriele Salvatores. Uno spot ispirato a Guerre Stellari di George Lukas che avrebbe dovuto accompagnare la prima italiana del film con LiamNison. Sul set, nella campagna romana, avevamo dei figuranti che da due giorni mi guardavano con molta curiosità. Il terzo giorno di riprese, finalmente, trovarono il coraggio di avvicinarmi per scambiare due chiacchiere e, sorpresa, mi chiesero come mai parlassi così bene l’italiano; al che risposi perché ero italiano. E così scoprii che questi ragazzi da tre giorni pensavano di condividere il set con LiamNison. Un po’ come quando alcune signore anziane del mio paese raccontano a mia madre di avermi visto in TV, la sera precedente, tutte le volte che danno un film con Robert Redford.”

Qual è, se c’è, il suo punto di riferimento artistico?

Io ho sempre pensato che sia un peccato aver perduto la figura dell’attore danzatore. Un attore in grado di recitare, danzare e cantare. Non mi riferisco semplicemente al moderno attore di musical, ma a quell’attore che fin dall’antichità coltiva le potenzialità del proprio corpo che in definitiva è lo strumento attraverso il quale ci esprimiamo e comunichiamo. Quindi, il mio ideale, che vuole mantenersi il più libero possibile, prende forma attingendo un po’ a tutte le scuole e a tutti i metodi sperimentati fino ad oggi. Un singolo metodo rappresenterebbe di per sé qualcosa di riduttivo, che tende a limitare attraverso regole. Se proprio dovessi fare un esempio di ideale direi che ciò che costituisce il modello a me più vicino è quello del teatro di Peter Brock: un teatro aperto, sempre in movimento.”

In lei, è nato prima l’attore o il regista?

Senza dubbio, l’attore. Il regista è nato tardi, è il risultato di anni di esperienza e preparazione ed è nato dal desiderio di autonomia, di auto-sperimentazione e in definitiva anche dalla volontà di trasmettere conoscenze ai più giovani.”

Oltre al teatro, l’abbiamo vista al cinema e in televisione con grandi serie di successo. Com’è lavorare sul set? Quali differenze ha riscontrato rispetto al teatro?

Dal punto di vista professionale, non ho riscontrato differenze. Se si desidera far bene il proprio lavoro non sono certo gli ambiti a fare la differenza. Sono due mondi differenti, con regole differenti alle quali ci si deve adattare ed applicare, ma sostanzialmente l’impegno professionale è il medesimo. Quello che non posso negare è che purtroppo a volte, e più frequentemente in ambito televisivo, non sono garantite basi di partenza sufficientemente qualificate.”

Dall’11 al 18 giugno andrà in scena Non mi ricordo più niente” di cui ha curato la regia. Come mai, tra la raccolta di atti unici di Arthur Miller, dal titolo “Una specie di storia d’amore”, avete scelto questo testo per la rappresentazione teatrale?

Senza dubbio perché tratta un tema che va a braccetto con l’età, con il diventare grandi, dunque un tema che mi coinvolge in prima persona e poi perché ha a che fare con la memoria, anch’essa parte fondamentale della la mia professione. Mi interessava esplorare, attraverso la leggerezza e l’ironia di Miller, questa particolare e delicata fase della vita.”

C’è qualche curiosità da backstage che vuole raccontarci?

Spesso gli attori, nello sforzo di ricordarsi le battute, finiscono inevitabilmente per sostituirsi ai personaggi creando situazione meta-teatrali iper-comiche.”

Dal 12 al 17 giugno 2017, lo spettacolo “Ocean Terminal”, ispirato dall’omonimo romanzo autobiografico di Piergiorgio Welby, andrà in scena in occasione del Festival Milano Off. Uno spettacolo diretto e interpretato da lei. Mi dica di più.

E’ un inno alla vita di una persona condannata a morte prematuramente. Una dimostrazione di attaccamento alla vita, di amore per la vita vissuta fino all’ultimo respiro: À bout de souffle, per citare Godard. Parrebbe un ossimoro riferito all’immagine pubblica di Piergiorgio Welby, ma in questa pièce noi esploriamo l’uomo privato, lo scrittore, l’artista Welby che ci riserva delle sorprese entusiasmanti e ci regala, attraverso un linguaggio letterario-musicale e poetico, lo sprone per affrontare quel prezioso dono che è la nostra stessa vita.”

Qual è il fil rouge di questa storia?

Si tratta di un flusso di coscienza che attraversa l’infanzia, l’adolescenza, il periodo hippy e la malattia di Piergiorgio Welby esplorando i rapporti con gli amici, i genitori, gli amori, la fede. Il fil rouge sono l’ironia e l’autoironia che hanno contraddistinto l’artista Welby fino all’ultimo momento quando prima del grande passo, quello definitivo, disse agli amici che affollando la sua stanza chiacchieravano un po’ forte: “per favore fate piano perché io mi devo concentrare, muoio per la prima volta”.”

La scorsa estate, “Ocean Terminal” è stato presentato al Bernie Wohl Center nell’ambito del Festival del teatro italiano a New York. Qual è stato il riscontro del pubblico?

Un riscontro commovente per l’impatto emotivo e per l’empatia che lo spettacolo suscita. Gli spettatori ad un certo punto non seguivano quasi più i sottotitoli in inglese in quanto il linguaggio del corpo, a loro dire, bastava a rendere l’universo welbyano. Bisogna dire che questo è uno spettacolo raccontato anche col corpo e per questo mi sono avvalso di Gabriella Borni, una eccellente coreografa ed insegnante presso il Centro Sperimentale di Cinematografia di Roma e l’Accademia Nazionale di Danza.”

Prossimi impegni? Cosa bolle in pentola?

Ho da poco terminato in Marocco le riprese del film “Il Sogno Del Califfo” di Souheil Ben-Barka con Carolina Crescentini, Massimo Ghini, Marisa Paredes e Giancarlo Giannini. Imminente: sarò Oberon per l’inaugurazione dell’Arena Shakespeare di Parma con “Il Sogno di una Notte di Mezza Estate” di Shakespeare con musiche di Mendelssohn eseguite dall’Orchestra Filarmonica A.Toscanini, Coro giovanile Ars Canto e l’ensemble  di attori della Fondazione Teatro Due diretti da Walter Le Moli.”

Sogno nel cassetto?

Sì, ma non li inseguo, aspetto che si appropinquino. Mi piacerebbe la direzione di una tragedia classica.”

Emanuele Vezzoli