Seta, acciaio, carnalità e poesia: il mito del sol levante fra esotismo e impressionismo

Incanti esotici raccontati dal Prof. Vittorio Maria De Bonis
0
333

“Tramonta il Sole dietro la collina dei Pini

Soffia la Brezza e Accende le Stelle

Si agita una fronda come la mano d’un Amico

Ed  io non sono più Solo”

Anonimo, circa 1560

Incanti Esotici

Autentica ossessione per la cultura europea dal Rinascimento all’età moderna, terra d’incanti esotici e seduzioni d’inenarrabile sensualità, dove Cina e Terra del Sol Levante si fondono e confondono, consegnato alla più durevole mitologia dell’Arte dagli affreschi di Giambattista Tiepolo e di suo figlio Giandomenico, e dalle note eterne della Madame Butterfly pucciniana, il Giappone fonde da sempre, con sconcertante armonia, l’etica guerriera del Bushido – la legge d’Onore dei Samurai – con la poesia di distillata perfezione dei Tanka e degli Haiku – i raffinatissimi componimenti lirici di pochi versi essenziali; l’amore sfrenato per la tecnologia più esasperata e il rispetto pressoché sacrale per la tradizione più autentica.

Sangue e Poesia, Modernità e Legge millenaria rappresentano, ai nostri occhi di occidentali – e di  barbari: gaijin secondo l’idioma giapponese – la prima e la più vistosa delle folgoranti contraddizioni d’un arcipelago affascinante e inafferrabile, che ha fatto della sua orgogliosa inaccessibilità il suo vanto e la sua cifra più caratteristica, perlomeno fino a quando il Commodoro statunitense Matthew Perry, nell’estate del 1853, non schierò quattro cannoniere nella baia di Tokyo per persuadere – con le buone, è il caso di dirlo – l’Imperatore del Giappone ad aprire finalmente i suoi mercati al commercio con gli Stati Uniti.

Nonostante l’esordio non esattamente amichevole – e l’appellativo con il quale i nipponici ci hanno da sempre identificato –  ne più ne meno del modo con il quale i greci d’età classica erano soliti definire in non Elleni, il Giappone ha immediatamente conquistato cuore e menti d’Europa: un’arte di sublime semplificazione cromatica e di geniale taglio moderno che ispirerà la nascita dell’Impressionismo, seducendo Van Gogh e Monet, Gauguin e Picasso, fino ai preziosi grafismi del Liberty e del Déco, una lirica d’amore elegantemente frammentaria e diaristica, che sembra aver il respiro dell’immediatezza del sentimento ed è – in realtà – elaboratissima e perfettamente calibrata, un’autentica devozione per l’Estetica del mondo naturale, che invita alla contemplazione e al puro piacere dell’attimo sospeso, concentrandosi in maniera assoluta nell’estasi d’un colore o nel godimento meditato d’un eccentrico scenario paesaggistico.

Tace la campana del Tempio

ma il suono continua

ad uscire dai fiori

Matsuo Basho (1644-1694)

Maestro riconosciuto di simili incanti, e folgorante interprete di quell’estetica sublime che all’alba dell’Ottocento permeò un intero mondo riverberandosi entusiasticamente da Oriente ad Occidente è – senza dubbio – il  grande Katsushika Hokusai: il “Vecchio Pazzo per la Pittura” come avrà la sfrontata ironia d’autodefinirsi, protagonista di straordinarie mostre di successo in tutto il mondo occidentale.

Perfetto interprete del mondo e dell’etica dell’Ukiyo-e ovvero di quell’universo effimero ed elegantemente fuggevole che, dal tardo Settecento in poi, aveva ormai caratterizzato la nuova capitale governativa del Giappone: Edo, poi divenuta Tokyo, Hokusai sperimenta con raffinato virtuosismo tutte le possibilità espressive, liriche e sensualmente poetiche, d’un mondo di piaceri raffinati ed esclusivi.

L’antico termine Ukiyo, di derivazione buddista, che in epoca medioevale definiva il carattere transeunte ed effimero del Reale, da cui era saggio non farsi imprigionare: il mondo cioè (Yo) della sofferenza (uki), aveva mutato definitivamente senso e valore, finendo per definire e valorizzare il mondo “fluttuante” dei piaceri effimeri della carnalità, della moda, dello spettacolo e degli amori mercenari, che trovavano nei quartieri del piacere come Yoshiwara, eden di raffinate geishe e celebri attori del kabuki, il loro luogo naturale  d’elezione. Qui, culto della bellezza e ricerca esasperata di nuovi codici gestuali e comportamentali, s’intrecciavano con l’ammirazione per gli scenari naturali più suggestivi e preziosi, eternamente dominati dalla mole innevata del Monte Fuji, che le celeberrime Trentasei Vedute di Hokusai consegneranno all’iconografia più caratteristica della cultura contemporanea e successiva.

La spettacolare semplificazione della realtà ritratta, operata dal maestro giapponese con l’utilizzo di eleganti linee di contorno che sanno offrire poetica bidimensionalità ad uomini, paesaggi od animali, le convenzioni grafiche che saprà elaborare per effigiare la neve o i tramonti, per inquadrare eccentrici scorci o geometrizzare esseri animati, trasformando i personaggi in meri elementi decorativi pressoché integrati nella natura, che giungeranno fino ai fumetti ed alle graphic novel odierne, la resa sconcertante e geniale della spuma marina che esplode e ricade in rivoli come nella magnifica e proverbiale Grande onda di Kanagawa del 1832, diverranno nutrimento ed ispirazione fanatica per tutti la nuova generazione d’artisti impressionisti, Monet, van Gogh e Gauguin sopra tutti.

Ed anche la più celebre stampa erotica d’ogni tempo, o meglio Shunga o Immagine della Primavera secondo la poetica perifrasi in uso nel Giappone del periodo Edo: Il Sogno della Moglie del Pescatore è raffinata creazione del talento di Hokusai: una pescatrice Ama di molluschi awabi giace abbandonata su scogli ricoperti d’alghe, in preda ad un deliquio di passione, mentre “ un’immensa piovra, dalle pupille spaventose, simili a neri quarti di luna, le sta suggendo le parti basse del ventre mentre un’altra piovra, più piccola, le divora avidamente la bocca…” come narra con un brivido d’orrore e di delizia Edmond de Goncourt, che come Guy de Maupassant e Victor Hugo sarà definitivamente  soggiogato dalla potenza sensuale e cromatica dell’artista che seppe consacrarsi, con esemplare devozione, alla pura malìa di un’Arte assoluta e senza censure, in nome d’uno spregiudicato lirismo senza confini, e senza morale.