Con Giotto alla conquista del mondo: gli affreschi della Cappella degli Scrovegni proclamati patrimonio dell’umanità

Opere miliari della cultura artistica internazionale e come tali patrimonio inalienabile e irrenunciabile della società umana d’ogni tempo
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Ufficialmente riconosciuti con unanime giudizio – a conclusione della 44esima sessione del Comitato del Patrimonio Mondiale Unesco – come opere miliari della cultura artistica internazionale e come tali patrimonio inalienabile e irrenunciabile della società umana d’ogni tempo, gli affreschi sacri realizzati dal borghese Giotto di Bondone per il nobile e spregiudicato Enrico Scovegni che mirava ad affermare la propria autorità presente e ad assecondare quella futura sulla città di Padova come signore indiscusso, si presentano come un un’opera di folgorante modernità e straordinaria innovazione, artistica e morale insieme.

Per quanto si reputasse, tradizionalmente, che il ciclo commissionato all’artista toscano fosse un modo per riscattare e far dimenticare la memoria del padre di Enrico, Rinaldo – noto usuraio e perciò stesso collocato da Dante nel settimo cerchio dell’Inferno – in realtà è più probabile che gli affreschi che dovevano impreziosire e celebrare la Cappella privata di famiglia, annessa al sontuoso palazzo che Enrico si era fatto edificare sui resti dell’antica Arena d’età romana – sito scelto non certo casualmente – fossero esplicita parte d’un programma di affermazione e autocelebrazione in vista della scalata dell’ambizioso trentenne alla guida della città veneta.

Ma perché la cappella potesse ambire a diventar polo d’attrazione e ammirata devozione per la cittadinanza tutta, ed elemento principe d’una geniale politica del consenso, occorreva che ad illustrarla venisse chiamato il pittore più geniale e di maggior notorietà – diremmo quasi mediatica – di allora, appunto Giotto di Bondone.

Citato con dotta ammirazione e sicura conoscenza dal contemporaneo Dante Alighieri nell’XI Canto del Purgatorio:

…Credette Cimabue nella pittura tener lo campo, e ora ha Giotto il grido, sì che la fama di colui è oscura…

e – sia detto per inciso – ottenere il plauso e l’aperto consenso del poeta fiorentino non doveva esser cosa di poco conto visto il carattere sdegnoso e intellettualmente aristocratico di Dante, possiamo perfettamente comprendere quale fosse l’azzardata operazione d’apparente mecenatismo messa in atto da Enrico Scrovegni. Grazie agli appoggi nella corte pontificia ed in virtù dell’amicizia personale con lo stesso Papa Benedetto XI, Enrico era stato in grado d’ottenere, a favore dei suoi concittadini, un’indulgenza plenaria che poteva esser agevolmente lucrata dai fedeli padovani per ben quattro volte all’anno, recandosi in occasione delle feste mariane nella sua cappella gentilizia, assurta ormai a chiesa aperta al pubblico.

Ma era soprattutto la straordinaria perentorietà del realismo di Giotto, del tutto innovativo rispetto alla raffinata astrazione e stilizzata ieraticità dei modelli iconografici di derivazione bizantina, a segnare – indelebilmente – la differenza e l’assoluta originalità rispetto alle opere sacre coeve e precedenti.

Per quanto ispirato e formato dai grandi maestri della Scuola Romana della precedente generazione, come Filippo Rusuti, Jacopo Torriti e soprattutto il geniale Pietro Cavallini, Giotto infonde alle sue figure una nota ancor maggiore d’autenticità umana e immediatezza popolaresca, in buona parte desunte dalla conoscenza della statuaria classica e delle opere del contemporaneo Arnolfo da Cambio, che contribuiscono a conferire potenza drammatica e intensità emotiva al Compianto sul corpo di Cristo come all’incontro dolcemente appassionato di Gioacchino ed Anna – i genitori della Vergine – alla Porta Aurea di Gerusalemme, dove il sublime particolare delle mani della sposa che accarezzano la gota di Gioacchino e ne serrano la nuca brizzolata nel bacio – insieme casto e appassionato dei due coniugi – segna un vertice assoluto che ispirerà con riconosciuta evidenza l’arte a venire.    

Molto probabilmente amici, forse incontratisi proprio a Padova, dove Dante era esule e dove Giotto era impegnato nel cantiere della Cappella degli Scrovegni, i due maestri Toscani si preparavano a distillare quell’arte, pittorica e letteraria, che avrebbe, da allora in poi e sino alla consacrazione dell’Unesco, mutato – letteralmente e definitivamente – il corso ideale della Storia Europea e del mondo tutto.