Alla ricerca della chiave occulta: verità e inganno dell’esoterismo nell’arte

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Lettura ed interpretazione caratteristica dell’età contemporanea nell’affrontare la grande Arte del Passato, proprio in virtù delle suggestioni affascinanti che sembrano scaturire dalla scoperta d’un occulto sottotesto in opere tradizionalmente archiviate come capolavori ormai conosciuti in ogni loro aspetto, la presunzione d’un messaggio esoterico ha creato leggende ancor oggi popolarissime.

Dalla versione pressoché negromantica o complottista delle opere di Leonardo o di Gianlorenzo Bernini, secondo una fortunata linea esegetica inaugurata dal famigerato Dan Brown al tentativo – sempre più comune e diffuso – d’attribuire valori e significati insospettabili a note creazioni e personalità della storia dell’Arte.

A ben vedere, tuttavia, alcuni artisti – soprattutto barocchi o moderni – hanno rivelato un’attenzione inusitata nell’inserire suggestioni arditamente simboliche nelle loro opere. Basti pensare all’attenzione quasi ossessiva di Francesco Borromini alla Cabbalà ebraica come chiave interpretativa e repertorio criptico per svelare o celare – di volta in volta – i fondamenti mistici dell’universo creato, ma anche alla valenza simbolica della numerologia in architetture sacre altomedioevali che intendono esser una sorta di specchio allusivo di superiori Verità religiose.

 

L’interpretazione simbolica del reale, caratteristica della mentalità medioevale, non deve però esser ritenuta un codice atto ad occultare sistematicamente verità accessibili soltanto a presunti iniziati ma un modo di scoprire e di render ragione – piuttosto – di tutta l’infinita ricchezza del Mondo nella sua molteplice varietà.

Artisti come Kandinskij, Klee e Mondrian hanno poi tentato – con le loro migliori creazioni – di rivelare, semmai, con l’ausilio delle nuove scoperte della psicanalisi, il fondo inconoscibile della psiche e dell’animo umano, ed in particolare l’iconica griglia cromatica del primo Mondrian era – di fatto – esplicitamente ispirata alle teorie teosofiche della studiosa russa Helena Petrovna Blavatsky che sosteneva che la struttura dell’intero universo poteva esser risolta dall’intersezione d’un principio femminile, in forma orizzontale, ed uno maschile in forma verticale, originando – di fatto – quella caratteristica scacchiera policroma che diverrà la più riconoscibile peculiarità dell’arte del maestro olandese, perlomeno nel suo periodo di maggior notorietà presso il grande pubblico.

Ma la ricerca d’un significato proibito o tenacemente occultato come una cifra segreta disponibile ad una ristretta comunità di iniziati nelle tele o nelle architetture del Passato è senz’altro una fascinosa fantasia contemporanea, ben diversa dalla costante lettura simbolica del reale ad opera d’artisti e letterati che cercavano – dall’alba del Medioevo – di penetrare i valori riposti del Mondo nella sua rapinosa complessità.

                                                                      

 

Vittorio Maria De Bonis