La notte è la mia luce: tenebre ed estasi nell’arte barocca

Un saggio del Prof. Vittorio Maria De Bonis
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Potentemente incentivata e prediletta in massimo grado dai più celebrati mistici del cattolicesimo barocco, via emotiva d’accesso ad un’autentica esperienza religiosa tale da coinvolgere integralmente sensi ed anima, la visione estatica diventa la cifra artistica e comportamentale più totalizzante del mondo seicentesco.

Dalle scenografiche creazioni scultoree di Gianlorenzo Bernini alle arditissime architetture di Francesco Borromini, dalle appassionate prediche di Carlo Borromeo alle visionarie parole di Santa Teresa d’Avila fino alle tele epocali di Caravaggio, l’accelerazione data al perseguimento dell’estasi come stato privilegiato della coscienza diviene, con l’avvento della Controriforma, un imperativo al quale il vero fedele non può e non deve sottrarsi.

Accesso privilegiato al Divino perché emotivo e diretto, ed in grado di far provare – letteralmente – al fedele, sentimenti e sensazioni della vita del Santo invocato – o dello stesso Cristo – senz’alcuna  distanza o barriera temporale, lo stato d’estasi dev’essere propiziato da opere figurative talmente efficaci e persuasivamente intense da sedurre e stimolare l’immaginazione sensibile o anche da letture così visivamente ispirate da impegnare e predisporre la capacità – diremmo oggi “interattiva” –  del soggetto.

Estasi nell’arte

Perfetto condensato di queste esperienze, l’Estasi di Santa Teresa, capolavoro di Bernini del 1652 creato per la Cappella Cornaro e custodito oggi come allora nel transetto sinistro della Chiesa di Santa Maria della Vittoria, a Roma e la successiva Estasi della Beata Ludovica Albertoni del 1674.

Sempre a Roma nella Chiesa di San Francesco a Ripa, le due teatrali sculture – destinate a far epoca – organizzano e mettono in scena un efficacissimo Teatro delle Emozioni al quale è fatalmente impossibile sfuggire.

Gli stessi aristocratici della famiglia Cornaro, che si godono dal loro comodo palchetto teatrale la cosiddetta Transverberazione della giovane Santa, commentata con plastica efficacia di gesti, sguardi e lineamenti, coinvolgono e guidano l’ammirato spettatore ad un’autentica visione pressoché anacronistica – alcuni dei personaggi sono già scomparsi al momento della nascita di Santa Teresa – che sembra materializzarsi qui ed ora con perentoria e coreografica efficacia.

Bagnata di luce dorata, abilmente guidata da una finestra dissimulata nella nicchia e figurativamente condensata in raggi di bronzo che piovono dall’alto, racchiusa in un viluppo di vesti scomposte, le labbra semiaperte e gli occhi languorosi mentre un sorridente cherubino si appresta a trafiggerla con un simbolico dardo, Teresa si presenta come un’autentica e mistica apparizione, esattamente come la Beata Ludovica Albertoni che sembra improvvisamente rivelarsi, contratta sul suo giaciglio, le mani artigliate sul seno e la bocca appena dischiusa in un gemito, mentre la spiegazzata coperta realizzata mirabilmente in diaspro rosso – caduta ai piedi del letto nella convulsione del corpo – la pone immediatamente sulla ribalta dell’attenzione e della devozione del fedele.

La Maddalena in Estasi di Caravaggio

Caravaggio stesso non sfuggirà al tema dell’Estasi, ma lo farà – naturalmente – a suo modo, con la caratteristica ed inimitabile resa iconicamente realistica che conferisce attualità e immediata presa emotiva sullo spettatore.

La sua Maddalena in Estasi a noi nota attraverso innumerevoli copie – anche se forse la studiosa Mina Gregori ha identificato in collezione privata il probabile originale – presenta la giovane ex cortigiana redenta con le labbra esangui dischiuse e gli occhi semichiusi, bagnata di luce mistica in una spoglia tenebra con le spettacolari mani livide strettamente intrecciate e i capelli ramati sciolti scompostamente sulle spalle, senza retorica e senza accademismo, nella cruda verità della visione mistica, mentre il suo giovanile San Francesco in Estasi, abbandonato nel deliquio fra le braccia d’un sollecito angelo, anche in virtù della sapiente ambientazione notturna, ribadisce il carattere tutto interiore ed umano, non celebrativo e non programmatico, d’un’estasi che è – davvero – esperienza personalissima e squisitamente individuale di accesso ai Misteri del Sacro.