L’ultimo valzer sul ciglio dell’apocalisse: Egon Schiele e l’abbraccio

0

… Nel cuore di Vienna era celato un buio sotterraneo sul quale sorgeva la splendida struttura della società del ceto medio, con la sua facciata radiosa e irreprensibile…

Impietose e lucide, col tono amaramente clinico di chi sa scorgere con dolente preveggenza la verità dominante, lo scrittore austriaco Stefan Zweig denuncia il contrasto fra sontuosa apparenza e fermentante realtà in una Vienna di fine secolo percorsa da tensioni e turbamenti sotterranei ma ormai inarrestabili.

Travagliata da una esplosiva contraddizione fra il rigido protocollo imposto dalla Corte e dalla Burocrazia imperiali e una disinvolta promiscuità notturna, perfetto terreno di coltura per le appena elaborate teorie freudiane che solo in quella luminosa metropoli avrebbero potuto veder la luce, la più popolosa città dell’immenso e variegato Impero Austroungarico – che si estendeva senza soluzione di continuità dall’Adriatico all’Ucraina con oltre 46 milioni di abitanti – accoglie il giovane e ribelle Egon Schiele che presto abbandona i vieti ed ormai stantii insegnamenti dell’Accademia di Belle Arti per iniziare un nuovo cammino sotto l’amichevole ed ammirata protezione del sommo Gustav Klimt, maestro riconosciuto e geniale – ma esecrato dagli ambienti artistici più conservatori della Capitale – della nuova Arte d’avanguardia: la Secessione Viennese.

L’Abbraccio – Egon Schiele

Condivide col Maestro l’interesse quasi ossessivo per la rappresentazione del corpo nudo femminile, l’erotismo e la sessualità maschile, e l’idea che l’atto carnale sia un tormento straziante ed autoinflitto, una sorta di inevitabile e morbosa condanna che scava e prosciuga, dilania i corpi e li scarnifica quasi nella lussuria.

Un anno prima di morire di Spagnola, tre giorni dopo la tragica scomparsa della moglie Edith al sesto mese di gravidanza, a un mese appena dalla fine della Grande Guerra, Schiele crea una tela che diventa l’epitome esemplare della sua anima e delle sue convinzioni erotiche.

Custodito nel superbo Belvedere di Vienna L’Abbraccio del 1917 obbliga letteralmente lo spettatore – con un capriccio voyeuristico – ad osservare dall’alto e in posizione privilegiata un amplesso straziante e quasi disperato: il corpo bruno e spigoloso dell’uomo, nel quale Egon si raffigura, appare tormentato e geometrizzato nella sua dolente anatomia, esasperata nella magrezza e nelle linee delle ossa sottostanti mentre la donna, la cui ruscellante chioma bruna avvolge e ingloba quella del compagno, volge il capo nonostante l’abbraccio soffocante di lui che sembra quasi stringerla in una stretta mortale e definitiva. Le lenzuola spiegazzate e rese come fossero di metallo smaltato o tessuto irrigidito contribuiscono a render ancora più funebre e senza speranza la scena, dove ogni superstite erotismo sembra ceder il passo alla fine imminente.

Vittorio Maria De Bonis