Golden Globes, vince Boyhood

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Di Andrea Festuccia

Trionfa il film che ha sfidato il tempo

Il capolavoro di Richard Linklater “Boyhood” sbanca i Golden Globes, i premi assegnati dall’associazione della stampa estera di Hollywood, grazie all’idea di filmare per 12 anni un bambino, la sua famiglia, e i cambiamenti imposti dalla vita.

 

Linklater ha fatto centro. E pensare che nel 2002, quando cominciò l’avventura di Boyhood, Linklater sapeva che razionalmente c’erano mille motivazioni per cui filmare un bambino e la sua famiglia per 12 anniper raccontarne la vita, utilizzando sempre gli stessi attori e quindi vedendoli letteralmente crescere, era un’impresa difficile anche da concepire: era creativamente sbalorditiva; finanziariamente impossibile; nessun cast o troupe , tantomeno una compagnia cinematografica, avrebbe potuto impegnarsi a lungo, per un tempo indeterminato; e andava contro i meccanismi dell’industria cinematografica moderna. Eppure oggi siamo qui a celebrare la vittoria ai Golden Globes di Boyhood: miglior film drammatico, miglior regia, migliore sceneggiatura, e premio per la migliore attrice non protagonista Patricia Arquette. Per la cronaca, il premio per la migliore commedia lo ha vinto “Grand Budapest Hotel” di Wes Anderson;  Miglior attore drammatico Eddy Redmayne in  “La Teoria del tutto”; Miglior attrice drammatica Julianne Moore per  “Still Alice”; per le commedie hanno vinto il premio miglior attore e miglior attrice Michael Keaton per “Birdman” e Amy Adams per “Big Eyes”.

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Il film racconta dieci anni di vita di Mason (Ellar Coltrane), a partire da quando era un bambino di 6 anni, percorrendone le vicende familiari fatte di controversie, matrimoni vacillanti e nuove nozze, cambi di scuola, i primi amori, le prime delusioni sentimentali, le gioie e le paure, il tutto tra stupore e meraviglia. All’inizio della storia, gli occhi sognanti del piccolo Mason devono affrontare un grande cambiamento: la sua amata e combattiva mamma single Olivia (Patricia Arquette) ha deciso che lui e sua sorella maggiore Samantha (Lorelei Linklater) devono trasferirsi a Houston in occasione di un riavvicinamento del padre spesso assente, Mason Senior (Ethan Hawke) che fa ritorno dall’ Alaska. Inizia così una nuova vita movimentata. Eppure, malgrado un vai e vieni di genitori naturali ed acquisiti, ragazze, insegnanti e capi, pericoli, desideri e passioni creative, Mason inizia a spianare il suo percorso. E forse la chiave della bellezza e del successo del Boyhood, cioè dell’adolescenza, è che grazie a Linklater riusciamo a sentirci osservati dai grandi occhi azzurri di questo bambino, che vediamo crescere: vediamo come le nostre nevrosi possono scaricarsi sui nostri figli, vediamo quali aspettative magnifiche hanno su di noi quando, da piccoli, ci considerano degli eroi, vediamo come possiamo ferirli anche con un niente, e come la vita possa far loro del male. E allora il piccolo Mason ci insegna a dare il giusto peso a quello che facciamo agli altri, soprattutto a loro.

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Vedendo il film, ci è venuta in mente un brano della poesia di Peter Handke nello splendido “Il Cielo sopra Berlino” di Wim Wenders: “Quando il bambino era bambino, su niente aveva un’opinione. Non aveva abitudini. Sedeva spesso a gambe incrociate, e di colpo sgusciava via. Aveva un vortice tra i capelli, e non faceva facce da fotografo. Quando il bambino era bambino, era l’epoca di queste domande: Perché io sono io, e perché non sei tu? Perché sono qui, e perché non sono lì? Quando è cominciato il tempo, e dove finisce lo spazio? La vita sotto il sole, è forse solo un sogno”? Insomma, un film bellissimo su infanzia e adolescenza, con una tecnica narrativa forse unica nel suo genere. Vedremo se basterà per vincere, fra qualche settimana, l’Oscar, come è successo a molti vincitori del Golden Globes.