Greenpeace stila una pagella sulla moda che inquina

Greenpeace denuncia e mette alla luce gli errori scaturiti dalle produzioni dell’industria della moda e ne sottolinea i danni e la pericolosità nel quadro dell’inquinamento delle risorse idriche.
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Potrebbe apparire strano, o forse i media non hanno dato sufficiente risalto al problema inquinamento, ma risulta sempre più evidente che anche l’industria della moda abbia le sue responsabilità in questo contesto.
Un settore, oggi più che mai, che ha raggiunto un’espansione galattica, visto il fatturato che da essa scaturisce e visto i riflessi anche culturali che con velocità sorprendente si sviluppano in ogni angolo del mondo, un settore che, giocoforza o forse per mera necessità industriale, sta purtroppo annoverandosi tra quelli che contribuiscono notevolmente e in misura crescente, all’aumento dell’inquinamento che, come tutti sanno, si infiltra in tutti i campi, compreso quello importantissimo delle risorse idriche; dopo il disastro ecologico causato dal petrolio, questo è sicuramente il più coinvolgente ed il più nocivo.
Dalla produzione dei più noti marchi della moda viene, infatti, riscontrata, e di ciò si è fatto carico Greenpeace, una vera e propria scia inquinante che devasta un patrimonio gigantesco come è appunto quello delle acque; conseguentemente l’Associazione dal 2011 ha dato vita alla campagna Detox tesa ad arginare il fenomeno di cui è responsabile l’industria tessile.
In tutto il mondo, Paesi come la Cina, il Messico, l’Indonesia scaricano scorie e materiali dannosi senza alcun controllo, via via fino ad arrivare ai marchi nostrani quali Nike, Adidas, Zara, H&M che, attraverso attente analisi mirate, sono risultati produttrici di sostanze particolarmente pericolose.

Ecco, quindi, l’impegno fattivo con cui Greenpeace ha voluto capillarmente dedicarsi, lanciando un programma approfondito e linee guida fondamentali indirizzandoli a moltissime aziende internazionali, ovvero circa 100 marchi della moda e del comparto tessile, proponendo sistemi migliorativi basati su una serie decisa di analisi e controlli da attuare attraverso severi monitoraggi. Tutto ciò, ovviamente comporta uno sforzo sensibile ma necessario a cui si spera vogliano aderire sempre più organismi del settore.
A questo esplicito richiamo, però, non sempre si è risposto attivamente ed in modo corale e, in questa ottica, Greepeace ha stilato una classifica (Luglio 2016) allo scopo di far conoscere la volontà di quanti hanno voluto o meno partecipare: da essa emergono dati non proprio confortanti, precisamente si parla di “Promossi”, ossia Benetton, H&M, Inditex; i “Promossi con riserva”, Valentino, Mango Miroglio, C&A, Fast Retailing, Adidas, Burberry, Levis, Primark, Puma e M&S; i “Rimandati”, Esprit, Limitedbrands, Li-Ning, Nike e i “Bocciati”, ossia Armani, Bestseller, Diesel, D&G, Gap, Hermès, Christian Dior Couture, Metersbonwe, PVH, Vanci e Versace.

Da ciò ben si comprende che la campagna Detox non è stata appoggiata dalla maggioranza dei marchi, i cosiddetti “Patiti delle sostanze tossiche” che in maniera piuttosto evidente, ignorano o fanno finta di non conoscere gli enormi danni della massa inquinante da essi causata e rifiutano il proprio contributo alla soluzione di tale gravoso problema.
Si tratta cioè di danno su danno, ossia si evita di porre rimedio ad un fenomeno distruttivo di portata internazionale: basterebbe, ad esempio, cercare di diminuire la produzione degli abiti che causa dipendenza e danneggia il processo del riciclo.

Insomma è necessaria una corretta e mirata azione risanatrice che apporti un sensibile calo dei rischi provenienti dalle produzioni anomale degli scarti industriali affinché si possa giungere ad un totale rinnovamento ma soprattutto è necessario innescare modalità nuove e risolutive che, insieme ad una radicale trasformazione del pensiero collettivo, rechino un vantaggio concreto, cancellando in toto gli errori compiuti, annullando gli eventuali rischi futuri ed assicurando all’umanità speranza e fiducia nel domani.