Il marmo, la carne, il divino e l’umano: le sculture della collezione Torlonia e l’eterna fascinazione dell’antico

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Sognata come straordinaria antologia pubblica d’eccellenze scultoree classiche nel 1859, quando Roma era ancora soltanto l’antica capitale dello Stato Pontificio, e completata definitivamente nel 1875, ad uso esclusivo d’aristocratici e di studiosi, quando Roma è ormai trasformata di diritto in Capitale di un’Italia unita e concorde che s’avvia trionfalmente a Magnifiche Sorti e Progressive – perlomeno nelle pie speranze dei visionari Padri della Patria di allora – la superba raccolta di antichità marmoree creata a partire dall’inizio dell’Ottocento dalla famiglia Torlonia – mercanti di tessuti d’origine alverniate, divenuti poi banchieri pontifici e nominati principi per meriti finanziari – esposta fin quasi agli anni Quaranta dello scorso secolo nel palazzo di famiglia in via della Lungara a Roma, e poi confinata in indegni scantinati dopo la lottizzazione dell’originario museo in lussuosi appartamenti,  ritorna finalmente – con una raffinata selezione di sole 93 opere rispetto alle 620 della collezione originaria, negli ambienti storici di Villa Caffarelli a Roma.

Sorprendente per piccoli e grandi capolavori, ed eclettica nelle scelte e nelle tematiche, la preziosa antologia di sculture è – di fatto – una collezione fatta di più collezioni e raccolte eterogenee e prestigiose, poiché in essa convergono i marmi, sapientemente ed artisticamente restaurati, dello scultore ed imitatore – più spesso falsificatore dell’Antico – Bartolomeo Cavaceppi, amico e sodale di Giovanbattista Piranesi, oltre alla mitologica collezione del marchese Vincenzo Giustiniani, protettore e sponsor d’eccezione del grande Caravaggio, assieme ai reperti scavati – con spregiudicata libertà – nella magnifica Villa dei Quintili, talmente vasta ed imponente da esser chiamata dal popolino Roma Vecchia, di proprietà della famiglia Torlonia ed utilizzata come miniera sui generis di statue classiche.

Non solo divinità o imperatori, personaggi del Mito o atleti vittoriosi, ma anche straordinarie effigi di fanciulle sconosciute ma di sorprendente fascino, come la cosiddetta Fanciulla di Vulci, un’opera controversa come datazione ma superba come fattura, probabilmente risalente al IV secolo per via di caratteri stilistici arcaizzanti, come le pupille preparate per esser realizzate in materiale a contrasto, calcare o pasta vitrea, il chitone dalle minutissime plissettature, i lobi forati per l’applicazione di orecchini in bronzo dorato e l’acconciatura predisposta per accogliere inserti in oro e pietre semipreziose o l’altera ed enigmatica Giulia Domna, consorte di Settimio Severo e madre del degenere Caracalla, definita dalle fonti contemporanee Imperatrice Filosofa, appellativo unico nel suo genere nella storiografia romana antica, per aver ispirato la creazione di un circolo di dotti e letterati dediti  alla speculazione religiosa ed alla ricerca filosofica, o ancora intensi ritratti d’uomini anziani dal volto segnato e nobilitato da quelle stesse rughe che li caratterizzano per l’eternità.

Ma anche folgoranti sculture di animali, come quella di un caprone, la cui spettacolare testa venne scolpita ed integrata dal grande Gianlorenzo Bernini con l’esplicita volontà di reinterpretare senza contraffare l’Antico – in un raffinato gioco di citazioni e innovazioni stilistiche – o l’ariete omerico, avvinto al cui vello riesce a sfuggire Ulisse dall’antro dell’accecato Polifemo, o ancora la straordinaria coppia di leoni delle montane dell’Atlante, riconoscibili per il muso corto e l’irsuta criniera, che azzannano, durante uno spettacolo circense al Colosseo, aizzati dai loro guardiani, rispettivamente un capro ed un ariete agli opposti lati d’un superbo sarcofago strigilato tardo antico.

Insomma, un’inimitabile antologia d’incanti marmorei che rivela – finalmente – i segreti tesori d’una delle più ricche ed inaccessibili collezioni private di statuaria classica ancora esistenti al mondo, nonostante inevitabili dispersioni e vendite clandestine delle quali non abbiamo ancora sufficienti informazioni attendibili.

In una parola, la più fascinosa celebrazione del potere malioso ed eterno dell’arte ellenistico-romana, o piuttosto d’un favoleggiato universo remotissimo e incredibilmente prossimo, che si ostina a popolare i sogni e le ossessioni d’un mondo che continua a sentirsi – oggi come allora – orfano di quei miti e di quelle atmosfere irripetibili, in nome della seduzione senza tempo della sola, autentica Bellezza.

Vittorio Maria De Bonis