Un Natale d’oro per un mercante: l’adorazione dei Magi di Gentile da Fabriano

Un saggio del Prof. Vittorio Maria De Bonis
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Adorazione di Gentile da Fabriano
Opera di Gentile da Fabriano

Spettacolare capolavoro del Gotico Internazionale, l’Adorazione dei Magi di Gentile da Fabriano evoca con abbandono nostalgico il lungo percorso dei tre saggi sovrani. Dall’avvistamento della Stella Cometa al loro ritorno in Oriente, dopo aver adorato il Signore e aver lui offerto doni degni del Re dei Re.

L’aristocratica corrente pittorica, scultorea e architettonica si diffonde trionfalmente per l’intera Europa. A connotare l’opera di Gentile da Fabriano, e illuminarla, i suoi caratteristici motivi di sontuosa preziosità, l’attenzione miniaturistica al particolare naturalistico e la spiccata verticalità ed eleganza di fisionomie snelle ed elegantemente drappeggiate in pose pressoché musicali e quasi fiabesche.

Un reperto del 1423, attualmente custodito nella Galleria degli Uffizi. Il testamento di un artista che vive gli ultimi riverberi della società cortese.

Rilucente d’oro e d’argento, abilmente applicati da Gentile da Fabriano

La raffinatissima tavola offre allo sguardo incantato dello spettatore il laborioso itinerario dei Magi. Le rilucenze punzonate e poste anche a rilievo su un sostegno di gesso e colla, le conferiscono illusoria tridimensionalità.

Una creazione che narra del viaggio in tre distinti episodi che, sullo sfondo, sono armonizzati dal comune panorama montuoso.

La scena è ripartita visivamente dalle tre lunette della fastosa cornice lignea dorata. Ad accenderla ed esaltarla, lo straordinario corteo multietnico e colorato che accompagna e fa da ideale corteggio ai tre Re.

I protagonisti, a loro volta, incarnano significativamente le tre età dell’Uomo. Sono avvolti in vesti d’abbagliante preziosità, manifestamente ispirate a quelle degli Imperatori bizantini. Una quasi fiabesca e sovrumana eleganza.

Photo Credit: Wikipedia

La scena centrale dell’omaggio a Gesù Bambino non è quella eminente o esclusiva

Tutta la fiabesca narrazione si sgrana e si frattura in una successione di episodi, particolari e aneddoti infiniti. Un racconto compresente e deliziosamente caotico.

Il ruggito del leopardo ammaestrato innervosisce e fa quasi imbizzarrire tre dei magnifici cavalli. Gli animali sono riccamente bardati e posti all’estrema destra dell’opera, malamente trattenuti dagli stallieri.

Vi è poi il falcone che ghermisce una ghiandaia, esattamente sulla testa di altri tre cavalieri del seguito. Questi lo osservano incantati e a bocca aperta.

L’altro falcone da caccia è richiamato con un caratteristico manichino di cuoio e piume. Un oggetto detto logoro dal suo falconiere.

Infine, simbolica è la qualità serica e pressoché tattile del levriero in primo piano.

Un’opera paradossalmente commissionata da un solido e pur tuttavia colto mercante fiorentino

L’opera fu un’idea di Noferi Strozzi, il più ricco ed eminente di Firenze. Strozzi fu fieramente avverso all’incipiente dittatura di Cosimo de’ Medici e, per tal motivo, condannato poi all’esilio. 150 fiorini larghi d’oro.

Da un Uomo Nuovo come Palla – espressione della nuova borghesia mercantile – ci si sarebbe aspettati la scelta di una pittura d’un artista innovativo e quasi popolaresco come Masaccio. Eppure, il nostro mercante sceglie un maestro del prezioso tardo gotico, come Gentile da Fabriano.

Un’imitazione del modo di vivere, dei gusti e dello stile di vita di quella società aristocratica al tramonto. Una società che intendeva scalzare, ma della quale, pure, avvertiva irresistibile la seduzione.

Un sublime controsenso che ha generato una delle opere sacre più fascinose dell’Arte d’ogni Tempo. Una fortuna per i posteri e un diletto per i loro occhi.