L’arte del gusto, il gusto dell’arte: la canestra di frutta di caravaggio fra cibo, poesia, segreto e simbolo

Un saggio del Prof. Vittorio Maria De Bonis
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Caravaggio artista
"La Canestra di frutta" di Caravaggio

Autentica metafora figurativa dell’arte di Caravaggio, icona incontestata e immediatamente riconoscibile d’un pittore di folgorante attualità.

La Canestra di Frutta

La Canestra di Frutta di Michelangelo Merisi da Caravaggio é custodita ancor oggi nella Pinacoteca Ambrosiana di Milano

Proprio lì la collocò, infatti, con ammirata soddisfazione il creatore stesso della preziosa collezione, il Cardinal Federico Borromeo: arcivescovo di Milano e cugino di San Carlo, all’alba del Seicento.

È senz’ombra di dubbio una delle tele più celebrate e meno comprese del geniale artista lombardo.

Quasi un perfetto manifesto pubblicitario delle tematiche alimentari più in voga oggi, dedicate al cibo equo e solidale e alla sua cultura.

Il magnifico cesto di vimini intrecciati colmo di frutta ha tutto per poter incantare e ingannare al meglio lo spettatore moderno. Lontano dalle complesse metafore della pittura barocca.

Equilibrio tra verità ed immaginazione

Stupefatto dalla perfetta resa dei frutti, letteralmente soggiogato dalla perentoria verità quasi fotografica. Mele cotogne, pesche ed uva. Chiunque osservi la tela non vede e non s’accorge di quel che era invece ben chiaro al dotto spettatore del Seicento.

Componendo per lui una parabola moralizzante di suggestiva intensità.

Per quanto mirabilmente rappresentata, la Canestra non proietta alcuna ombra nella parete retrostante.

Questo sembrerebbe sconcertante per un artista attentissimo alla verità come Caravaggio, a meno che non si accetti che il pittore sta chiaramente invitando lo spettatore a entrare in una dimensione simbolica.

La mela venata di rosso è assolutamente autentica, e addirittura perforata al centro da un baco; le foglie di fico talmente credibili che una s’accartoccia, avvizzita, davanti ai nostri occhi.

Mentre quelle che coronano la pesca sono già rose da un invisibile parassita.

Ma il cestino di vimini è posto quasi a gettante verso i nostri occhi. Un’evidente allusione al suo esser non già oggetto inanimato ma raffinata creazione metaforica.

Richiede tutta la nostra attenzione.

Simbologie liturgiche della Canestra di Caravaggio

Lo sfondo dorato dove si staglia la Canestra, assolutamente atipico per un soggetto del genere, evoca il fondo d’oro delle icone bizantine e delle antiche immagini sacre. Viene rilanciata, in questo modo, la duplice lettura insieme religiosa e profana dell’opera.

Quella frutta mirabilmente ritratta, è vera frutta ma anche trasparente simbolo dei frutti della Passione di Cristo.

Non a caso si tratta esattamente delle specie botaniche che vengono descritte nel testo del Cantico dei Cantici.

Un poemetto tradizionalmente attribuito a Salomone che veniva da sempre interpretato in chiave sacra e allegorica.

La luce stessa che investe il cestino, come sempre in Caravaggio, non proviene da una sola fonte riconoscibile. Arriva, bensì, da più sorgenti, a identificare il suo carattere evidente di Luce divina e Luce della Grazia.

Assieme a questa lettura, ben chiara a chi probabilmente commissionò l’opera, forse lo stesso Arcivescovo di Milano, si aggiunge la meditazione amara sul carattere caduco dei beni terreni.

Simboleggiati dalla frutta rigogliosa, che pure appare toccata dal tempo, con foglie accartocciate e fori di parassiti.

Il quadro più celebre di Caravaggio si trasforma così, come d’incanto, in forza della sola lettura autentica.

Legata ai simboli e alle ossessioni barocche, in uno straordinario scrigno di rivelazioni, dove frutta e poesia, meditazione religiosa e verità fotografica, non esauriranno mai il suo incredibile potere di suggestione.

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